Tokyo – Anche il Giappone è stato costretto ad inchinarsi davanti alla crisi economica mondiale. Quello che sembrava il Paese maggiormente solido dal punto di vista economico-finanziario nell’ultimo trimestre del 2008 ha visto calare il suo Pil tre volte più di quello americano, con la peggiore contrazione dai tempi della primi crisi petrolifera del 1974: meno 12,7% su base annua (meno 3,3% reale e meno 1,7% nominale rispetto al trimestre precedente). 
Il calo della domanda internazionale di prodotti nipponici è stata forte e improvvisa: non a caso la contrazione del Pil è in grandissima parte attribuibile (per 3 pieni punti percentuali) al crollo delle esportazioni, scese del 13,9% nel trimestre (un record negativo assoluto). Una caduta in parte imputabile al rafforzamento dello yen: se il precedente periodo di espansione (il più lungo del dopoguerra) era stato favorito da uno yen debole, ora l’ascesa della divisa nipponica aggrava la congiuntura sfavorevole e allontana le prospettive di una ripresa.
La crisi subprime ha portato alla chiusura del differenziale dei tassi tra Giappone e altre economia avanzate: gli investitori hanno dovuto ritirarsi precipitosamente dal “carry trade” con cui prendevano a prestito yen per investirli in strumenti esteri a più alti rendimenti, mentre la necessità di coprire precarie posizioni altrove ha indotto gli operatori stranieri a una fuga dalla Borsa nipponica. Avendo ben chiara l’impossibilità che l’economia giapponese possa essere sostenuta da nuovi investimenti di capitale o da improvvisi (quanto improbabili) aumenti dei consumi, il Governo del premier Taro Aso ha segnalato la possibilità di reagire con una ulteriore manovra di sostegno incentrata su nuove spese per 20 mila miliardi di yen (173 miliardi di euro), in aggiunta ai pacchetti precedenti che includono nel bilancio statale oneri addizionali per 12 mila miliardi di yen. Ma la strada è tutta in salita: il punto del contendere riguarda anche la data delle prossime elezioni la necessità o la scusa di un nuovo pacchetto di stimoli consentirebbe all’esecutivo di rinviare l’appuntamento con le urne a dopo l’estate, nella speranza di recuperare consensi scesi al minimo assoluto. (ore 13:00)

Nella foto: il ministro delle Finanze giapponese Shoichi Nakagawa.