GM: e se tagli e sacrifici non bastassero?

GM: e se tagli e sacrifici non bastassero?

Detroit – Nonostante il rigidissimo piano messo a punto da General Motors per salvarsi dalla bancarotta, Fritz Henderson, amministratore del colosso di Detroit non nasconde la preoccupazione che tutti gli sforzi alla fine si rivelino vani. Ciò soprattutto perché l’accettazione del piano da parte dei creditori non è scontata e la richiesta di protezione secondo la legge fallimentare Usa è «più probabile». La task force per l’auto del presidente Barack Obama ha fatto sapere subito di apprezzare il piano, «un passo importante negli sforzi di Gm di ristrutturarsi».
Nei tagli finiscono anche i rivenditori, che saranno ridotti di circa la metà, concentrati sui marchi Chevrolet, Cadillac, Buick e Gmc. Destinati ad essere «scaricati» – venduti alla concorrenza – al massimo entro fine 2009 anche i marchi della svedese Saab, i maxisuv Hummer, le berline di Saturn. Ma le preoccupazioni, qui a Detroit, sono anche altre. Orion, sobborgo dove c’è lo stabilimento che produce la Pontiac G6 e la Chevrolet Malibu, uno di quelli destinati alla chiusura o ad un drastico ridimensionamento. Come Orion, un’altra dozzina di località più o meno piccole, in Michigan ma non solo. Secondo il piano gli stabilimenti in territorio americano passeranno dai 47 di oggi a 34 entro il 2010, per ridursi ulteriormente a 31 entro la fine del 2012. Per i dipendenti che non rischiano il posto, i sacrifici sono pesanti. Il fondo sanitario dei pensionati di Gm dovrà rinunciare a 10 miliardi di impegni finanziari presi dal gruppo in cambio di una partecipazione nella «nuova» Gm. Dipendenti e pensionati che hanno anche qualche ragione di soddisfazione.
Venerdì scorso il gestore del fondo pensioni di Gm, State Street Bank, ha annunciato di aver venduto tutte le azioni Gm nel portafoglio, pari a circa il 12,5% del capitale totale. Se avesse aspettato, il valore delle azioni rischiava di azzerarsi. Secondo il piano di scambio di debito contro azioni infatti il valore della quota degli azionisti attuali è destinato a restare residuale, con la maggioranza del capitale che andrebbe al Tesoro seguito dagli obbligazionisti, ai quali verrebbero riconosciuti circa 38 centesimi ogni dollaro di debito in loro possesso. Per questa ragione, il piano, vincolato all’accettazione da parte di almeno il 90% dei creditori, non è detto che vada in porto.
Creditori che si sono curati di far sapere, riporta Bloomberg, di non essere soddisfatti del trattamento perché offre meno di quanto riconosciuto a sindacati e Tesoro e dunque di considerare l’offerta di scambio, che dovrà essere completata entro il 26 Maggio, destinata al fallimento. (ore 11:35)

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