Torino – Domani a Roma l’atteso incontro, probabilmente risolutivo, della vertenza sindacale per Pomigliano d’Arco in relazione al piano industriale varato da Fiat Automobiles Group. Per Sergio Marchionne a.d. del Gruppo non ci sono più margini di discussione. Una sorta di ultimatum, prendere o lasciare che Fiat Panda venga prodotta in Polonia.
Il Gruppo Componenti dell’Anfia ha ieri diramato una dichiarazione del presidente del gruppo, Mauro Ferrari, il quale lancia un appello alla responsabilità di tutte le parti coinvolte, istituzionali e sindacali, perché le condizioni per sviluppare il piano industriale Fiat vengano accettate.
<<Non si tratta solo della trattativa Fiat-sindacati su Pomigliano – ha dichiarato Ferrari – ma ad essere in gioco è il radicamento dell’intera filiera automotive in Italia, arrivato ormai a livelli di sussistenza destinati a deteriorarsi in assenza di investimenti produttivi da parte di Fiat nel nostro Paese. Rifiutare il piano Fiat significa porre un veto allo sviluppo dell’intera filiera produttiva: i grandi gruppi industriali a livello internazionale, in particolare quelli della componentistica, non avranno infatti ragioni per investire in Italia, anzi tenderanno a disinvestire. Il piano Fiat, 20 miliardi di euro per l’Italia sui 30 totali, rappresenta un investimento paragonabile al valore di una Finanziaria di due anni, destinato a generare un incremento dell’occupazione di centinaia di migliaia di unità e una quota sostanziale del Pil atteso per i prossimi anni, in un Paese in cui il tasso di disoccupazione giovanile è al 30% e il Pil è calato di oltre 5 punti in un anno, generando centinaia di migliaia di disoccupati da riassorbire. Non è accettabile che di fatto si attribuisca un diritto di veto sul futuro dell’industria automotive in Italia a quella parte di sindacato, l’unica tra tutte le parti sociali coinvolte, che non ha firmato nemmeno il contratto nazionale e che si sta muovendo nella logica del no di principio sempre e comunque. Le opportunità di crescita offerte al nostro Paese dal piano industriale Fiat, rappresentano l’ultima, imperdibile occasione di rilanciare il settore, e questo in un momento di difficoltà sia per il comparto che per l’economia italiana in generale, duramente colpita dalle conseguenze della crisi e senza risorse pubbliche da investire. Dire no significa anche mandare un messaggio di rifiuto di un pur modesto aumento della nostra capacità competitiva a livello internazionale. Competitività nella quale l’Imd (Institute for Management Development) ci classifica al 50mo posto nel mondo, con tendenza al peggioramento contro, ad esempio, una Germania che è 13ma, con tendenza al miglioramento della posizione. D’altra parte questo spiega anche perché l’Italia sia ultima in Europa nell’attrarre investimenti diretti esteri, dove una Francia vale 4 volte noi e il Regno Unito addirittura 5 volte>>.
La filiera italiana della componentistica, in tempi pre-crisi, contava oltre 2.700 aziende, per un totale di 170.000 dipendenti, un fatturato complessivo di 45 miliardi di Euro (dato fine 2008), un export superiore al 40% con una bilancia commerciale positiva da oltre 20 anni, sopra i 6 miliardi di euro, un alto tasso di innovazione, qualità, competitività. Mediamente, ad ogni addetto diretto del settore corrispondono 4 addetti indiretti.
<<Ci auguriamo – conclude Ferrari – che la nostra voce venga ascoltata, per il futuro dell’industria italiana, o quanto meno quello del settore auto. Perché Pomigliano è solo la punta dell’iceberg e se scompare significa che la grande occasione di rilancio si è definitivamente dissolta. E questo ci dirà anche quanto sia illusorio pensare di trovare altri investitori per Termini Imerese e, a mio parere, per Pomigliano stessa>>. (ore 18:30)