Monaco di Baviera – A settembre celebra il 50mo compleanno l’automobile sportiva tedesca per eccellenza, la Porsche 911 A farle gli auguri è anche MIini. Infatti, la storia della Mini classica è anche quella di un’opera d’arte che non vuole diventare adulta. Anche se a prima vista le differenze appaiono enormi (posizione dei motori: anteriore nella Mini, posteriore nella 911), oltre allo status di oggetto di culto vi sono numerosi altri punti in comune che Mini desidera onorare attraverso i propri auguri.
La loro storia ha in comune che entrambi i modelli sono diventati famosi in tempi record. La Mini era un newcomer con volumi di vendita che schizzarono immediatamente in alto, mentre la 911, nella sua qualità di successore della Porsche 356, aveva la velocità depositata già nella culla. Solo pochissimi concetti automobilistici hanno sopravvissuto un periodo di tempo così lungo, restando inconfondibili nonostante le numerose modifiche apportate nel corso degli anni.
Quando si fanno gli auguri di un compleanno speciale, di norma si comincia con le origini. Anche se Mini e Porsche 911 sono comunque incomparabili, vi sono alcuni elementi comuni che saltano immediatamente all’occhio. Per esempio, le difficoltà iniziali a trovare un nome adatto. Nel 1963, la Porsche 911 venne presentata inizialmente come Porsche 901. Ma lo zero al centro del nome di un tipo automobilistico era protetto dalla Peugeot. La conseguenza: la leggendaria vettura sportiva venne lanciata sul mercato solo un anno dopo come Porsche 911. Il fatto che venne inserito proprio il numero 1 non fu sicuramente un caso. Nella categoria di appartenenza, ancora oggi la 911 è la Porsche per eccellenza. La Porsche 911, che ha raggiunto già la settima generazione, è stata venduta per oltre 800.000 unità, un valore record in questo segmento.
La Mini invece è stata quasi un parto gemellare. Il 26 agosto 1959 la British Motor Corporation (Bmc) svelò il risultato dei propri lavori di sviluppo aventi come oggetto una nuova e rivoluzionaria vettura compatta. Al pubblico vennero presentati due modelli: la Morris Mini-Minor e la Austin Seven. Quale nome si è imposto è ormai noto. Un confronto dei volumi di vendita: nel 2000, al termine della produzione della Mini classica, la vettura britannica più venduta era stata prodotta in 5,3 milioni di esemplari.
Ma che cosa sarebbero i modelli di successo senza i loro padri? Né Sir Alec Issigonis né Ferdinand Alexander Porsche immaginavano che con i loro progetti avrebbero creato delle icone immortali dell’era moderna. Solo dei profeti avrebbero potuto prevedere che Ferdinand Alexander Porsche aveva ideato la vettura sportiva di maggiore successo di tutti i tempi ed Alec Issigonis “l’unica vettura compatta del mondo dalla personalità veramente cool”.
Ma vi sono altri elementi comuni: fermarsi è tabù. Infatti, lo sviluppo e il perfezionamento del progetto sono un “must” per restare al vertice per decenni. Presentarsi sempre più moderni e al contempo più affascinanti di tutte le concorrenti: questo è il principio valido per entrambe le vetture. Ma non ogni modifica venne accolta con entusiasmo, per esempio nella Porsche il passaggio dal raffreddamento ad aria a quello ad acqua oppure nella Mini, già sotto il patrocinio Bmw, il considerevole aumento del comfort e del lusso. Indubbiamente, attualmente entrambi i modelli eternamente giovani sono in perfetta forma e si presentano bene come in passato, grazie al loro ottimo Dna. Entrambe le aziende hanno dimostrato di essere aperte alla concezione di modelli nuovi, così da formare una vera e propria gamma, ed entrambe hanno avuto successo.
Analogamente alla Countryman e alla Paceman, anche la Panamera e la Cayenne hanno lasciato dietro di sé dei presunti confini e limiti. Quello che non è cambiato è il divertimento “reale” di guida. Nel 1960 Sir Alec Issigonis ottenne, attraverso il suo amico Lord Snowdon, all’epoca consorte della principessa Margaret, la chance di presentare la vettura compatta alla Regina Elisabetta, la quale si accomodò accanto ad Issigonis e si fece guidare attraverso il grande parco del castello di Windsor. C’è un elemento quasi regale nell’eredità di Porsche, anche se nella scrittura di un famoso cognome piuttosto che della persona della Monarchia inglese; la 911 grigio ardesia del film “Le Mans” guidata da Steve McQueen, e poi appartenuta alla Star di Hollywood, viene considerata giustamente come una leggenda che non perderà mai il proprio fascino.
Sia per Porsche sia per Mini il motorsport è un capitolo importante. Nelle sue versioni da corsa la 911 è la racing car di maggiore successo finora mai costruita. Essa ha vinto praticamente qualsiasi gara famosa. Ma chi ricorda gli anni Sessanta, pensa immediatamente anche alla Mini Cooper S. Infatti, la vettura prediletta dell’avanguardia di allora non era una presenza eccezionale solo sulla strada. Grazie alla vittoria nella propria classe con il pilota finlandese Rauno Aaltonen al Rally Monte Carlo del 1963, essa diede il via a una serie di successi senza pari nello sport automobilistico che culminò in tre vittorie finali al Rally Monte Carlo negli anni 1964, 1965 e 1967.
Decenni dopo ebbe luogo un „vero“ confronto tra Davide e Golia. Nel 2010, Jim McDowell, all’epoca responsabile MIini negli Usa, propose alla Porsche una gara sul circuito americano Road Atlanta. Una Mini Cooper S da 184 cv avrebbe affrontato una Porsche 911 Carrera da 345 cv. L’unica condizione era, altrimenti la gara sarebbe stata assurda, di competere non sul circuito vero e proprio ma nella piccola area dell’infield del circuito. Il percorso segnato era estremamente curvo e senza lunghi rettilinei, così che l’artista delle curve avrebbe avuto una piccola chance. Alla fine la 911 aveva circa due secondi di vantaggio rispetto alla coraggiosa outsider, ma delle persone astute calcolarono che al guidatore della Porsche ogni secondo di vantaggio costava dal concessionario circa 38.000 dollari Usa, così che il dolore dei fan Mini alla fine di questa scommessa, che comunque non andava presa troppo sul serio, era abbastanza contenuto.