Bologna – <<Per le Pmi l’internazionalizzazione è un ingrediente imprescindibile per la sopravvivenza, ma in poche si sono poste il problema in modo strutturato>>. Lo ha affermato Marco Diotalevi, coordinatore di una ricerca sul tema dell’internazionalizzazione delle Piccole medie imprese, promossa da A+Network, e presentata al Museo Oratorio dei Fiorentini, che è la Sala di Rappresentanza della Banca di Bologna in Via Corte de’ Galluzzi 6, in collaborazione con la Fondazione Alma Mater dell’Università di Bologna e con il patrocinio di Unindustria Bologna e Federmanager.
Secondo Diotalevi, per promuovere l’internazionalizzazione delle Pmi <<occorre una strategia di posizionamento sullo specifico mercato, evitando il “mordi e fuggi”. Bisogna approfondire i mercati, la cultura, le norme, i rapporti sociali, le esigenze, i prodotti adeguati. Servono anche capacità più approfondite di marketing, con strumenti e modalità innovative, ed è importante avere partner in loco da selezionare in modo accurato. Emerge inoltre che il dotarsi di una struttura di management adeguata è fondamentale, consapevoli che per competere occorre un’organizzazione con nuove funzioni strategiche (marketing, sviluppo del business export, sviluppo risorse umane, …). Bisogna poi acquisire maggiori capacità manageriali, da formare anche per l’internazionalizzazione. La piccola dimensione e la necessità di dotare l’impresa di funzioni in grado di sviluppare un’azione commerciale solida, continua e capillare, richiedono lo sviluppo di strategie “collaborative”. L'aggregazione potrà realizzarsi con modalità diverse come ad esempio joint venture, reti di imprese, filiere di imprese, centri di eccellenza, centri funzionali comuni>>. 
Rispetto ad altre iniziative simili, la ricerca di A+network per la prima volta si è riproposta l’obiettivo di concentrare l’attenzione sulle piccole e piccolissime imprese, in relazione alle opportunità, ma anche ai rischi connessi con il processo di internazionalizzazione.  Già nel 2012 A+network ha tenuto il suo primo Forum su questo tema, confrontandosi con istituzioni, università, imprenditori e manager, sulle opportunità offerte alla Pmi sui mercati emergenti, con particolare riferimento all’Africa Mediterranea (Marocco) e Sub-Sahariana (Angola), ed al Medio ed Estremo Oriente.
Nella primavera del 2013 la necessità di avere un quadro più completo e strutturato sulla Pmi rispetto al progetto d’internazionalizzazione ha convinto gli associati di A+network a dare vita ad un progetto che potesse rispondere ad alcuni interrogativi presenti sia nel dibattito interno all’associazione sia nei momenti di confronto con l’esterno. Il tema scelto, “l’internazionalizzazione della Pmi: scelta obbligata per la valorizzazione della competitività?”, ha come scopo di individuare le principali difficoltà che incontra una Pmi che intenda avviare e/o sviluppare il processo d’internazionalizzazione, comprendere gli strumenti di possibile sostegno e supporto per operare sui mercati esteri, studiare le buone pratiche da assumere e valutare i cambiamenti organizzativi necessari per operare con successo nei mercati internazionali.
Particolarmente significativi sono stati gli interventi al convegno. <<La ricercaha affermato Marco Spinedi, economista industriale e dei trasporti ed associato di A+networkparte dall’analisi approfondita della numerosa letteratura disponibile sull’argomento. Come sottolineato da molti, l’internazionalizzazione rappresenta un passaggio nella vita di tante Pmi non determinante né inevitabile, ma fortemente auspicabile nel contesto economico attuale, e per essere portato a termine in modo efficace e duraturo richiede impegno specifico in risorse umane e finanziarie ed il perseguimento costante di una metodologia adeguata. Il semplice uso dell’internazionalizzazione come alternativa temporanea alla crisi del mercato domestico non ha futuro. Le Pmi sono consapevoli di tali limiti? In parte sì, ma solo in parte; in molti casi, la consapevolezza di ciò è modesta e soltanto la crisi l’ha fatta emergere in modo drammatico. Secondo diversi approfondimenti e studi, la piccola dimensione non consente all’impresa margini sufficienti per investire nel processo di internazionalizzazione tutte le risorse che sarebbero necessarie; essere capaci di integrarsi nelle global value chain fa parte della sfida che soprattutto le piccolissime imprese dovranno affrontare per superare la crisi e cogliere i primi segnali di ripresa. È quello che in molti casi hanno fatto le Pmi di Francia, Germania e Regno Unito, molto più numerose di quelle italiane sui mercati più difficili e lontani>>.
Emilio Di Cristofaro, consulente di direzione e associato di A+network, intervenendo nel dibattito, ha spiegato la metodologia seguita, precisando che <<il campione delle aziende è localizzato in Piemonte, Lombardia, Tri-Veneto ed Emilia-Romagna, regioni dove si concentra quasi il 60% del PIL nazionale, e dove sono presenti numerose Pmi che già operano sui mercati esteri. Le aziende del campione sono in prevalenza manifatturiere (75%), con meno di 50 dipendenti (84%), hanno fatturato inferiore ai 10 milioni di Euro (77%) e soltanto il 16% di loro dichiara di non essere presente all’ estero>>.
Nicolò Pascale Guidotti Magnani, presidente di A+network, ha spiegato come l’associazione sia nata con lo spirito di “fare rete” e come gli associati siano professionisti abituati ad operare in rete. <<Hanno esperienzaha detto Pascalenel settore pubblico e privato, nell’industria e nei servizi, in aziende di ogni tipo e dimensione, e coprono dodici aree disciplinari da quelle macro economiche a quelle di processo, che impattano su aspetti di tipo strategico, organizzativo e operativo. L’eterogeneità di culture, metodi e competenze è uno dei principali valori dell’associazione, che sin dalla sua fondazione ha individuato nelle diverse forme dell’innovazione la chiave per sostenere la competitività delle aziende italiane. Nei meeting di approfondimento gli associati di sperimentano come superare le barriere che separano culture ed esperienze così diverse, una sorta di palestra che consente loro di affrontare con più “energia” processi di riorganizzazione all’interno di realtà complesse, dove è proprio la cultura ad essere il maggiore ostacolo al cambiamento, e dove le sole competenze tecniche e metodologiche sono insufficienti. E’ da queste esperienze così diverse e complementari che si è sviluppato un profondo lavoro di analisi sui risultati della ricerca, accompagnato da ulteriori interviste a opinion leader e manager anche di aziende fuori cluster e di grande dimensione, che completano il quadro di analisi con alcuni indirizzi per istituzioni e associazioni di categoria che possono essere decisivi nel supportare i processi di internazionalizzazione>>.
Concludendo i lavori, Marco Diotalevi ha affermato che <<altri attori possono essere decisivi nell’aiutare le Pmi a vincere la sfida internazionale. Oltre alle già note e più volte citate azioni legate ai ruoli delle istituzioni sulla fiscalità/tassazione e delle banche sui finanziamenti, dalla ricerca emerge la necessità di supportare la selettività delle scelte da fare per aumentare l’efficacia e per facilitare l’implementazione del percorso di internazionalizzazione. Può risultare importante rendere disponibili facilitatori del processo di internazionalizzazione (ad esempio consulenti, reti commerciali, trading companies, studi legali, manager di rete, etc.) in grado di supportare la penetrazione nei vari mercati o l’esportazione in generale, risorse dotate di visione globale e quindi capaci di interpretare la “situazione” dell’azienda e di aiutarla efficacemente nel percorso. Vanno valorizzate le filiere, patrimonio anche per la grande impresa che dovrebbe avere interesse che la filiera prosperi e si internazionalizzi. Vanno inoltre sostenute le aggregazioni di Pmi, anche se non sarà facile, perché il rischio più comune è che prevalga l’individualismo. In questo processo di sostegno è fondamentale il ruolo che possono svolgere le principali associazioni di categoria>>.