Secondo l’Osservatorio Auto Findomestic 2017, dopo uno studio in 15 Paesi industrializzati, l’88% degli automobilisti considera l’auto come “uno strumento indispensabile, di cui è impossibile fare a meno”, percentuale che sale addirittura al 90% in Italia. Lo studio spiega anche che dal 2009 al 2016 la vendita di auto nuove è cresciuta nel mondo di 28,8 milioni di unità (+45%), cioè da 62,2 a 91 milioni, e secondo alcune previsioni si potrebbero raggiungere i 100 milioni nel 2020.

Per quanto riguarda l’Italia, però, lo studio sottolinea anche e soprattutto un fenomeno tutto nostro: la vendita di auto a chilometri zero, cioè immatricolate dai concessionari e rivendute ai privati con forti sconti e con pochi o nessun chilometro all’attivo. Dal 2015 al 2016 questo tipo di offerta è aumentata del 27,2% e “continua a essere decisamente rilevante nel 2017 – si legge – con oltre 130.000 veicoli (fonte Dataforce) già immatricolati tra gennaio e maggio (+71,9% su gennaio-maggio 2015)”.

Non un fenomeno temporaneo, dunque, ma una vera e propria modalità commerciale consolidata e riconosciuta dal 92% dei consumatori. Al riguardo, l’Osservatorio Auto di Findomestic sottolinea come “il 36% dei consumatori si dice intenzionato ad acquistare la prossima auto a km zero; il 21% si dichiara orientato all’acquisto di un’auto nuova, il 10% di un’auto usata”.

Come si riflette questo fenomeno sulle vendite? Semplice, un’auto su tre viene immatricolata negli ultimi tre giorni del mese: immatricolazioni di vetture che successivamente finiscono in concessionaria come km zero. Del fenomeno si parla da anni, ma negli ultimi tempi i numeri sono diventati enormi.

Pur pagando l’auto molto meno, spesso c’è ancora chi è contrario a questa politica: perché comprare un’auto “nuova” che però è stata immatricolata mesi prima e magari ha passato mesi sotto il sole o alla pioggia? C’è poi da aggiungere che il valore dell’usato molto giovane crolla di colpo, in quanto subisce la concorrenza proprio delle km 0. Al di là di come la si possa pensare, è innegabile che si tratti di una moda tutta italiana. Nelle altre nazioni, infatti, il fenomeno è più raro, se non totalmente assente.