«Spesso mi chiedono quale sia stata la vittoria più importante di un’autovettura della mia fabbrica e io rispondo sempre così: la vittoria più importante sarà la prossima».
Sono trascorsi vent’anni da quando Enzo Ferrari morì, ma questa, come molte altre da lui pronunciate, è una frase che che contribuì a renderlo indimenticabile agli occhi del mondo.
Sicuro di se, ma mai presuntuoso, Ferrari fu un discreto pilota automobilistico, ma soprattutto un grande costruttore.
Enzo Ferrari nacque a Modena il 18 febbraio 1898 ma, a seguito di un’intensa bufera di neve che bloccò tutte le strade, la sua nascita fu registrata dal padre Alfredo con due giorni di ritardo. La famiglia Ferrari sperava in una figlia femmina, visto che l’erede designato era il primogenito Alfredo Junior detto Dino. Dopo la prima guerra mondiale Enzo Ferrari cercò un lavoro alla Fiat, ottenendo un rifiuto; trovò però un’opportunità in una piccola impresa meccanica, la Cmn. Cominciò anche a correre nel 1919, con scarso successo.
Nel 1920 iniziò a correre con l’Alfa Romeo, che all’epoca era un club per gentlemen driver. Correndo a Ravenna, nel 1923, la madre di Francesco Baracca, contessa Paolina Biancoli, gli consegnò il simbolo che il leggendario aviatore portava sulla carlinga: un cavallino rampante e gli disse: «Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna». Solo nel 1932 questo simbolo apparirà sulla carrozzeria delle sue vetture.
Nel 1924 Enzo Ferrari vinse la coppa Acerbo a Pescara. Non corse molte altre gare, divenne essenzialmente ciò che oggi si direbbe un team manager con l’Alfa Romeo e la collaborazione si protrasse fino al 1929, anno in cui nacque la Scuderia Ferrari come squadra corse dell’Alfa stessa.
Ferrari gestiva lo sviluppo delle vetture Alfa, e costruì un team di oltre 40 piloti, tra cui Alberto Ascari, Giuseppe Campari e Tazio Nuvolari. Ferrari stesso continuò a correre fino alla nascita, nel 1932, del figlio Alfredo, detto Dino, che morì nel 1956 di distrofia muscolare. In seguito ebbe un altro figlio, Piero, nato nel 1945.
La crisi economica nel 1933 portò l’Alfa Romeo a ritirarsi fino al 1937; poco dopo Ferrari si ritirò e creò l’Auto Avio Costruzioni.
La Ferrari, così come la conosciamo oggi, venne fondata nel 1947. La prima gara fu il Gran Premio di Monaco nel 1947 (non esisteva ancora la Formula 1 che nacque nel 1950). La prima vittoria in F1 fu il Gran Premio di Gran Bretagna del 1951 con Froilan Gonzales. Il primo titolo mondiale di F1 giunse nel 1952 con Alberto Ascari.
Enzo Ferrari morì il 14 agosto 1988, e la notizia della sua morte, seguendo le sue volontà, fu data solo dopo la sua sepoltura. Nemmeno i piloti della sua scuderia seppero della sua scomparsa tanto che è memorabile la telefonata fatta da Gerhard Berger per capirci qualcosa, incredulo e stupito.
Ferrari se ne andò in modo silenzioso, mentre l’Italia consumava il rito delle vacanze. Le aveva fatte anche lui, di sfuggita, nella villetta di Riserba, lui che proprio le vacanze non riusciva ad amarle, lui che a stare fermo proprio non ci riusciva. Quello che Enzo Ferrari ha lasciato è un ricordo indelebile e l’attuale mondo delle corse. Un esempio è il rinnovo fatto a Maranello pochi giorni fa dai costruttori per porre le basi dell’accordo economico che farà fede da qui al 2012, rinnovo che si fonda sulla falsariga di quello redatto da Enzo Ferrari e che gli altri team, con Ecclestone in testa, firmarono, sempre a Maranello, nel 1981.
Ferrari è diventato Ferrari senza aver mai viaggiato, salvo qualche sporadica sortita fuori dal regno emiliano. Quando si accordò con Pinin Farina, che poi avrebbe disegnato alcune delle sue più celebri granturismo, s’incontrarono in una trattoria vicino a Piacenza. Nessuno dei due, per orgoglio, si era voluto spingere sino a casa dell’altro.
Ferra del resto non aveva bisogno di muoversi, era il mondo che bussava alle porte della sua magione.
Per ultimo Papa Giovanni Paolo II, due mesi prima della scomparsa, tentò di incontrarlo ma non poté perché Ferrari già stava male e si dovette accontentare di parlare col pontefice al telefono. Quando il presidente Pertini si recò a fargli visita, lui era da mezz’ora in attesa alla finestra. Nel momento in cui comparve la macchina blu presidenziale, Ferrari ebbe una smorfia di stizza e, rivolto a un collaboratore che sulle prime non capì, ebbe una battutaccia delle sue: <<Vedi, la vecchiaia a me ha colpito le gambe, a lui ha preso la testa>>. Poi andò a ricevere con un abbraccio l’illustre ospite, la cui colpa era stata quella di presentarsi a Maranello con una Maserati, marca che Ferrari detestava per vecchie questioni agonistiche…
Di lui Montezemolo ricorda: <<Ho avuto la fortuna di lavorare accanto a Enzo Ferrari, di conoscerlo da vicino, di raccogliere i suoi insegnamenti. Era una persona formidabile, spinto da una determinazione feroce nel perseguimento degli obiettivi che si poneva. Ha saputo creare dal niente una fabbrica d’automobili da sogno e ha portato le sue vetture a raccogliere migliaia di successi sulle piste e sulle strade di tutto il mondo, tanto da diventare un mito universale – scrive Montezemolo sul sito della Ferrari – sono passati vent’anni dalla sua scomparsa, lo spazio di una generazione. L’azienda che ha lasciato è cresciuta e si è trasformata, ma come presidente ho sempre fatto riferimento ai valori originari e fondanti, senza però cristallizzarli sul passato. Oggi come allora, le Ferrari sono sinonimo di eccellenza, innovazione, esclusività, passione. Oggi come allora, le vetture con il Cavallino Rampante continuano a vincere e ad alimentare l’entusiasmo degli appassionati nei cinque continenti. Voglio ricordarlo oggi sul sito della azienda che ha fondato, perché essere curiosi e sfruttare le tecnologie che il tempo ci propone è il segno di un suo insegnamento fondamentale. Sono sicuro che avrebbe saputo valorizzare anche Internet per restare in contatto con il mondo di appassionati e tifosi che hanno incitato sempre lui, la squadra e l’azienda a superarsi con passione e impegno costante>>. (ore 17:00)