Quattro provincie siciliane, quasi 1.000 km e una Kia Soul a portarci in giro. Dal 19 al 24 agosto, infatti, siamo stati a Montalbano Elicona (Messina), Avola (Siracusa), Palermo e Bronte (Catania) per realizzare il primo #FoodTourSicilia, in collaborazione con Kia Motors Italia e con il supporto delle community Instagramers Sicilia, Instagramers Messina, Instagramers Siracusa, Instagramers Palermo e Instagramers Catania.

Obiettivo del tour? Un percorso di scoperta di alcune delle oltre 200 tipicità gastronomiche sicule: la provola e il suino nero dei Nebrodi, la mandorla di Avola, il pistacchio verde di Bronte e le prelibatezze “street food” della capitale italiana del cibo da strada. Ecco com’è andata.

LA PROVOLA E IL SUINO NERO DEI NEBRODI
Balzato agli onori della cronaca per essere stato nominato Borgo dei Borghi d’Italia 2015 e paesello arroccato sulla cima di una montagna di indiscusso valore storico, Montalbano Elicona ha un cuore che sembra essersi fermato a secoli orsono. Nel borgo siculo non si sta svolgendo l’Expo, ma il MedioExpo. Una passeggiata notturna permette di imbattersi in acrobati e giocolieri, mentre nel vicolo accanto qualcuno inscena un combattimento a singolar tenzone. Un salto indietro nel tempo.

Non molto lontano da Montalbano, per la precisione a Tortorici, abbiamo dato inizio al tour facendo visita al caseificio Iuculano del consorzio Risveglio dei Nebrodi, azienda che da oltre 60 anni si dedica alla produzione della tipica provola dei Nebrodi, una vera bontà per gli amanti del formaggio ottenuta con latte crudo di vacche autoctone siciliane che scalano giorno dopo giorno i Nebrodi e prodotta secondo le regole di un’antica lavorazione artigianale. Dopo l’anno, la pasta caseosa inizia a presentare delle crepe distaccandosi, meritandosi così la definizione di “provola sfoglia”.

Dopo la mattinata trascorsa a seguire la nascita di provole e ricotte, il pomeriggio ci ha riservato una vera eccellenza del territorio: il suino nero dei Nebrodi, dagli abitanti del luogo definito anche “u porcu nivuru” (il maiale nero). Si tratta di animali molto rustici, capaci di crescere in zone molto povere, di riprodursi naturalmente nei boschi più fitti e impervi, di sopravvivere e resistere alle malattie in condizioni molto difficili.

Il suino nero dei Nebrodi è una delle 5 razze autoctone siciliane, di origini antichissime – secondo i rilevamenti fossili risalente al VI sec. a.C. –, che negli Anni ’80 era a rischio di estinzione e che oggi può contare circa 5.000 capi da cui si ottengono prodotti di finissima qualità. Il Presidio Slow Food ha infatti riunito nel corso degli ultimi anni un gruppo di allevatori per promuovere la ricca e variegata gamma di prodotti tradizionali di questa zona dei Nebrodi: il capocollo, la salsiccia fresca ed essiccata, il salame, la pancetta e recentemente anche degli ottimi prosciutti crudi e cotti.

Tra gli allevatori del Presidio troviamo l’azienda dei Fratelli Borrello, che del motto “km 0” ne ha fatto uno stile di vita. Allevando allo stato semi-brado il suino nero dei Nebrodi e usando le tipiche “zimme” come “casetta” per gli animali, l’azienda si occupa della produzione di carni e prosciutti, senza dimenticarsi della provola e del formaggio maiorchino (altra tipicità della zona).

Perché le carni del suino nero sono di alta qualità? Perché pur presentando un quantitativo maggiore di grasso rispetto a quelle dei suini chiari, hanno un contenuto maggiore se non prevalente di colesterolo HDL, il cosiddetto “colesterolo buono”, e sono più ricche di ferro – lo si nota dal colore rosso intenso molto simile al jamòn spagnolo.

Passiamo da Montalbano e ci perdiamo l’Argimusco? Ecco, non ditemi che non sapete di cosa parlo. Parlo della “Stonehenge italiana”. Sì, avete letto bene. Si tratta infatti di un altopiano dove spiccano giganteschi megaliti risalenti secondo alcuni al 10.000 a.C.!

Secondo molti i megaliti sono opera di popoli preistorici, mentre secondo altri le strane forme di queste grosse rocce di arenaria (che potete vedere bene nella gallery) è semplicemente dovuta all’erosione del vento e della pioggia. Sta di fatto che il luogo trasuda magia e secondo studi astronomici presenta dei particolari allineamenti con le stelle. Un posto assolutamente da non perdere!

LA MANDORLA DI AVOLA
Avola è una piccola città in provincia di Siracusa a cui nel 99% dei casi si associa subito una cosa: il famoso vino rosso Nero d’Avola. Ad Avola, però, come nel resto della zona sud-orientale della Sicilia, la felice peculiarità del microclima ha consentito la coltivazione oltre che della vite anche della canna da zucchero – dal ‘400 all’800 –, del mandorlo e del limone.

La mandorla di Avola, “dall’ovale perfetto” come scriveva Leonardo Sciascia, può essere distinta in tre varietà di alto pregio: pizzuta, fascionello e romana. È immancabile nella pasticceria di qualità, nelle granite, nel raffinato latte di mandorla, nel torrone, nel marzapane, nei biscotti e nei confetti.

Analisi condotte in diversi laboratori italiani e stranieri dimostrano la qualità superiore della mandorla di Avola rispetto ad altre “cultivar” nazionali e non: contiene più sostanza oleosa e soprattutto più amigdala (che dà il tipico sapore della mandorla).

Grazie al Consorzio della mandorla di Avola abbiamo quindi fatto visita all’azienda Munafò, che da tre generazioni produce e commercializza mandorle – e frutta secca – combinando i valori della tradizione più antica con il rispetto per la natura e l’ambiente. Prima una visita al mandorleto per seguire la fase di raccolta e capire come l’ubicazione tra lo splendido mare e i monti Iblei sia il luogo perfetto per la coltivazione della mandorla. Poi la visita in azienda, tra smallatura, sgusciatura, ebollizione, pelatura e asciugatura per arrivare ad un “ovale perfetto” anche per gli amanti dei dolci fatti in casa. Come ci ha dimostrato la pasticceria Dolci Tentazioni: mandorle tostate al forno, acqua e zucchero caramellato. Il risultato è la “confettura” che potete vedere nella foto qui sotto.

PALERMO STREET FOOD
Quando penso a Palermo penso sempre al traffico tentacolare e vorticoso. Non a caso è una delle principali città al mondo per traffico (si, al mondo!). Ma forse non è altro che il segno di intrecci plurimillenari di storia, cultura, architettura e gastronomia. E basta fare un giro tra le strade del capoluogo siciliano per capirlo.

Uno dei must dello street food palermitano è pane e panelle. La panella è una frittella di farina di ceci. Già in epoca romana imperiale i ceci erano largamente usati in cucina, ma è probabilmente in epoca tardo-medievale che si cominciano a friggere le panelle, durante il dominio francese della dinastia angioina della Sicilia. Oggi è lo “spuntino” preferito dei palermitani e si può trovare in molti luoghi della città, una volta chiamati “friggitorie”, anche ambulanti e disseminati in tutta Palermo, da Mondello al centro storico.

Sempre al Medioevo risale un altro cibo da strada tipico di Palermo: ‘u pani ca meusa, una pagnotta morbida (vastella) spolverata di sesamo e “imbottita” con pezzetti di milza (meusa) e polmone di vitello. Il panino può essere guarnito con caciocavallo o ricotta (ottenendo in questo caso un panino maritatu, ossia sposato), oppure lasciato schettu (celibe, cioè solo).

Tradizione esclusiva di Palermo, l’origine di questo panino sembra risalire al periodo medievale in cui i macellai ebrei palermitani trattenevano come ricompensa le interiora, per poi rivenderle come farcitura insieme a pane e formaggio.

Ma pane e panelle e pane con la milza sono solo due dei tanti cibi da strada che si possono consumare a Palermo: troviamo infatti sfincione, stigghiola, frittola, musso, carcagnolo, quarume e tutta una serie di pietanze da consumare in piedi come arancine, calzoni, spiedini e ravazzate.

IL PISTACCHIO VERDE DI BRONTE
Chiamato in brontese frastuca, il pistacchio di Bronte è una varietà di pistacchio a denominazione di origine protetta DOP, nonché presidio Slow Food. La coltivazione e la produzione rappresenta per il piccolo paese della provincia di Catania un’importante fonte di reddito, tanto da essere soprannominato “oro verde” e tanto che – almeno così dicono – ogni famiglia possiede almeno un appezzamento di terreno adibito a pistacchieto.

La raccolta del pistaccio di Bronte è biennale e viene fatta negli anni dispari, tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. Ogni pianta produce da 5 a 15 kg di tignosella (il frutto smallato e asciugato), con punte massime di 20-30 kg. Negli anni pari di non raccolta si procede alla cosiddetta “potatura”, togliendo a mano le gemme in fase di crescita, una tradizione che si perde nella notte dei tempi, probabilmente risalente alla dominazione araba della Sicilia e testimonianza di una cultura contadina secondo cui, grazie a un anno di riposo, la pianta assorbe dal terreno lavico (perché è sul terreno lavico alle pendici dell’Etna che cresce il pistacchio) le sostanze necessarie per ottenere un frutto più ricco, colorato e saporito.

Per vedere da vicino il pistacchio verde di Bronte abbiamo fatto visita all’azienda Bacco, una giovane azienda nata nel 2006 in breve tempo diventata un punto di riferimento per la produzione di prodotti a base di pistacchio: crema, pesto, croccante e anche il cioccolato. E con una produzione nel periodo natalizio di panettone al pistacchio da fare invidia ad aziende più blasonate: 3.000 panettoni al giorno. L’estate ancora non è finita, ma io attendo con ansia il Natale!