Roma – Ci sono voluti sei anni per scrivere la parola fine sulla vicenda di Cogne e dare un volto all’omicida del piccolo Samuele Lorenzi. Alla fine i giudici della Corte di Cassazione hanno deciso la colpevolezza di Annamaria Franzoni confermando la condanna a 16 anni di reclusione comminatale dalla Corte d’assise d’appello di Torino, il 27 aprile del 2007, che peraltro aveva ridotto l’originale condanna a 30 anni infertale in primo grado dal Gip di Aosta. Ora il “mostro”, o presunto tale, è dietro le sbarre, nessuno deve avere più paura del “lupo cattivo”. Quel lupo che nel frattempo ha messo al mondo e cresciuto, insieme al primogenito, un “nuovo” bambino.
L’ordine d’arresto è stato immediatamente firmato ed eseguito ieri nella tarda serata. La Franzoni è stata tradotta in carcere dai militari della compagnia di Vergato che hanno eseguito, intorno alle 23 e 15, l’ordine di cattura della procura generale di Torino, all’interno dell’abitazione dell’amica Elisabetta Armenti, attigua alla propria, dove la Franzoni ha atteso la sentenza.
Si è chiusa in modo quasi scontato la vicenda iniziata il 30 gennaio del 2002, quando il corpo senza vita del piccolo Samuele viene trovato nel letto di casa dai soccorritori avvisati dalla madre. Ed è proprio quella telefonata uno degli elementi tenuti in considerazione dai giudici per determinare la colpevolezza della donna alla quale viene obiettato di “avere tergiversato” con i soccorritori al telefono non nominando mai le gravi ferite alla testa del piccolo Lorenzo.
Una sentenza già scritta? No, in questi anni gli esperti del Ris e i periti di difesa ed accusa hanno fatto a gara per tentare di individuare nuovi e determinanti elementi, ma mai, in tutto questo tempo è venuta fuori una sola traccia, un indizio che facesse pensare ad un estraneo introdottosi nella villetta di Cogne solo ed esclusivamente per uccidere un bimbo inerme.
Eppure chi Annamaria la conosce non ha mai smesso di credere alla sua innocenza. Ieri l’intero paese di Ripoli faceva il tifo per lei al punto che ieri per tutto il giorno la platea di giornalisti, fotografi e cameramen, che attendeva paziente all’esterno della villetta di Elisabetta Armenti è stata investita dalla rabbia e dalla delusione dei compaesani della “mamma di Cogne”.
In attesa, con una fiducia strozzata in gola a tarda sera, anche Monteacuto Vallese, il paese dove la madre di Cogne è nata e cresciuta e dove vivono ancora i suoi genitori. Chi ha visto Annamaria nel momento in cui si è trovata davanti i carabinieri che dovevano tradurla in carcere raccontano di una donna distrutta, disperata, che ha avuto un unico pensiero: << Che fate, e ora i miei bambini?>>.
La Giustizia ordinaria ha quindi esaurito il suo compito, il “mostro” è dietro le sbarre, con buona pace di chi ancora non riesce a rassegnarsi all’idea che una madre “normale” ed amorevole possa ad un tratto trasformarsi nella più bieca incarnazione del male e trucidare così brutalmente il sangue del proprio sangue. E alla Franzoni ora che resta? Oltre al tempo per riflettere, e chissà, per ricordare se mai davvero si possa credere nella rimozione di un episodio rivissuto ed sviscerato innumerevoli volte in questi sei anni, la speranza, come ha detto il suo legale Paola Savio, <<di chiedere la revisione del processo qualora emergano nuovi elementi, magari con l’ausilio di nuove tecniche scientifiche>>. La speranza è l’ultima a morire, anche per i presunti mostri. (ore 10:00)