Senza il Califfo Tutto il resto è noia

Senza il Califfo Tutto il resto è noia

Roma – Ventiquattr'ore dopo Enzo Jannacci il mondo della musica italiana ha subito un altro evento luttuoso: Franco Califano, 75 anni, malato da tempo, è morto nella sua casa ad Acilia. Solo pochi giorni fa, il 18 marzo, si era esibito al Teatro Sistina di Roma. Califano era in piena attività artistica. Fino all'ultimo giorno non ha smesso di cantare e di scrivere canzoni. Avrebbe dovuto suonare il 4 aprile a Porto Recanati e, pochi giorni dopo, aveva un appuntamento in sala di incisione ad Avezzano. Stasera, all'improvviso, la notizia della sua morte.
Gli ultimi anni della vita di Califano, detto il Califfo o il Maestro,sono stati difficili. Ha sperperato un patrimonio, il fisico cominciava a cedere ed è finito sui giornali perché aveva richiesto l’aiuto della "legge Bacchelli". Quando la sua vicenda umana e artistica si stava avviando al declino è stato riscoperto dalla nuove generazioni, Fiorello gli ha dedicato una delle sue imitazioni più popolari, i Tiromancino hanno registrato con lui, come hanno fatto jazzisti importanti come Stefano Di Battista. Al di là delle vicende legali e giudiziafie il Califfo può essere ritenuto un fuori classe della seduzione dal fascino maledetto e dall’ironia devastante che dagli anni ’60 in poi, cominciando come attore di fotoromanzi, si è catapultato in una vita vissuta pericolosamente. Ha firmato alcune dei più bei titoli della canzone italiana, come "Minuetto" resa famosa da Mia Martini, "La musica è finita" portata al successo da lui stesso, "E la chiamano estate" hit del suo amico Bruno Martino, "Una ragione di più". Ha scritto anche per Mina ed ha composto  la leggendaria "Gente de borgata"
"Tutto il resto è noia" è il manifesto della sua vita tutta genio e sregolatezza. Scriveva poesie ed era autore e interprete di monologhi che oscillavano tra il comico e il dramma, istantanee di vita alla deriva che si affiancavano a storie di travestiti o gravidanze inaspettate. Le sue vicende giudiziarie, la sua vocazione alla trasgressione e l’insofferenza verso le convenzioni hanno sicuramente aiutato a far nascere il mito dello chansonnier maledetto ma non hanno agevolato la sua carriera (ha subito anche gli arresti domiciliari).

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