Milano – Che valore ha la vita umana? O meglio, che valore si ritiene possibile dare alla fine della vita umana nel caso in cui si tratti di una “simulazione” di morte?
1 Euro… O almeno questo è quello che si paga al Luna park dell’Idroscalo, Est milanese, per assistere alla simulazione di una esecuzione capitale per mezzo di “sedia elettrica”.
La sedia, con manichino già imbullonato, è giunta direttamente da Las Vegas. La produce la ditta Distortions e per averla basta “scucire” cinquemila euro, compreso il trasporto in aereo.
<<È la prima in Italia, la fanno solo in America – ha detto Renzo Biancato, 47 anni, giostraio orgoglioso del suo “primato” – Ho ottenuto uno sconto perché ne ho ordinata una uguale per mio fratello, giostraio anche lui. Quando è arrivata ero emozionato>>. Aperta la cassa, Renzo racconta di essersi messo a studiare le istruzioni: la macchina del fumo da portare a temperatura, il volume delle urla da regolare, quel poco di manutenzione che richiede un sacco in lattice in cui si agita avanti e indietro un braccio meccanico.
Qualche minuto per venire a capo dei meccanismi et volià, l’orrore è servito: al costo di un euro si può “vedere” o meglio immaginare un uomo che muore.
Per intenderci, pur non volendo prendere posizione né pro, né contro la pena di morte, a tutti noi sarà capitato almeno una volta nella vita, ascoltando o leggendo di uno dei tanti atti di crudele aberrazione dei quali l’uomo è capace di macchiarsi, se, ad esempio, di fronte allo stupratore o all’assassino della propria figliotta avremmo o meno premuto noi stessi “l’interruttore” per porre fine alla vita del “Mostro”.
In molti, siamo onesti, abbiamo risposto di si, anche se magari all’atto pratico non riusciremmo nell’intento.
Ma quello che viene spontaneo domandarsi davanti al “successo” ottenuto da questa discutibile attrazione è sino a che punto la società di oggi sia “immunizzata” al dolore umano, al male in generale.
E’ scioccante vedere l’entusiasmo di ragazzini e non solo, quando introdotto l’euro nella “gettoniera” inizia lo “spettacolo”: i tre colpi di sirena che danno il via al boia, la scarica elettrica che per 15 secondi scuote il manichino che “muore” urlando in una nube di fumo, il corpo di lattice immobile, piegato in avanti.
Ad applaudire ci sono bambini accompagnati da papà, donne che fingono paura… Ancora più abbacinanti i commenti che si possono udire:<<Guarda come frigge!>>, <<La testa gli balla di brutto..>> o ancora <<Era più figo se dopo che moriva si risvegliava ancora un attimo>>.
<<Mio figlio non si stacca più, è lì davanti da mezz’ora, è come rapito – dice la madre di un ragazzino di 12 anni – Sono contenta – continua – non mi preoccupo, almeno so dov’è>>… Senza parole…
A questa, come alle tante mamme che tranquille consentono ai propri figli di “assistere allo spettacolo” vorremmo solo richiamare qualche nozione alla mente: la sedia elettrica fu introdotta negli USA nel 1888, in ragione della sua pretesa di maggiore umanità rispetto all’impiccagione, utilizzata in precedenza. La procedura con cui il condannato viene ucciso è la seguente: dopo che il detenuto è stato legato alla sedia, vengono fissati elettrodi di rame inumiditi alla testa e ad una gamba (che sono state rasate per assicurare una buona aderenza). Potenti scariche elettriche, applicate a brevi intervalli, causano la morte per arresto cardiaco e paralisi respiratoria: un elettricista, agli ordini del boia, immette la corrente per la durata di due minuti e diciotto secondi variando il voltaggio da 500 a 2000 volt, altrimenti il condannato “brucerebbe”. “Il procedimento procura effetti visibili devastanti: il prigioniero a volte balza in avanti trattenuto dai lacci, orina, defeca o vomita sangue, gli organi interni sono ustionati, si sente odore di carne bruciata”.
Benché lo stato di incoscienza dovrebbe subentrare dopo la prima scarica, in alcuni casi questo non accade: a volte il condannato è solo reso incosciente dalla prima scarica, ma gli organi interni continuano a funzionare, tanto da rendere necessarie ulteriori scariche.
Citiamo due esempi su tutti.
Willie Francio, 17enne nero, condannato nel 1946, sopravvissuto al primo tentativo di ucciderlo. Un testimone oculare disse: <<Ho visto il boia che accendeva l’interruttore ed ho visto le labbra del prigioniero gonfiarsi, il suo corpo teso e stirato. Ho sentito l’incaricato gridare al suo collega di mandare più succo (elettricità) quando ha visto che Willie Francis non moriva e il collega rispondere che stava mandando tutta la corrente elettrica che aveva. Allora Willie gridò: “Toglietemela, fatemi respirare!”. Successivamente ha detto di aver sentito un bruciore nella testa ed alla gamba sinistra, di essere saltato contro le cinghie e di aver visto puntini blu, rosa e verdi>>.
Fu messo a morte un anno più tardi, con successo.
John Louis Evans, giustiziato nell’aprile 1983, è stato dichiarato ufficialmente morto – secondo quanto riferito dai testimoni oculari – soltanto dopo tre distinte scariche di 1900 volt ciascuna, per una durata complessiva di oltre quattordici minuti.
Attualmente l’unico dei 37 Stati Usa dove è in vigore la pena di morte che adopera ancora la sedia elettrica per le esecuzioni capitali è il Nebraska.
Corre l’obbligo di ricordare che mentre il primo a stupirsi dell’entusiasmo suscitato dalla macchina è lo stesso giostraio (<<All’inizio temevo che qualcuno si lamentasse, che le madri avrebbero protestato, invece tutti ne vanno matti…>>), è stata proprio l’Italia la Nazione che si è sempre distinta per il proprio impegno contro la pena di morte, impegno che il 18 Dicembre 2007 ha portato all’approvazione della “Moratoria Universale della pena di morte” da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU.
Giusta o sbagliata che sia l’esecuzione capitale è un dato di fatto in molte parti del mondo e alle volte è vista dai parenti delle vittime e dall’opinione pubblica come una liberazione, la parola fine da scrivere su una storia di orrori e violenze. Accettabile. In ogni caso non è “morale” ne etico, ne degno di esseri che si fregiano della propria appartenenza alla categoria di “umani” fare degli ultimi istanti di vita di un uomo l’attrazione di un luna park. (ore 10:30)