Pechino – Ancora una volta una popolazione per sua stessa natura tranquillissima come quella dei monaci tibetani, è protagonista di una serrata guerriglia contro un regime comunista e obiettivo della repressione poliziesca. Le vie e le piazze di Lhasa, la capitale del Tibet, sono diventate teatro di scontri con la polizia in cui sono rimaste ferite decine di persone, al quarto giorno di manifestazioni indette per ricordare quanto avvenuto cinquanta anni fa.
Lhasa, infatti, è in fiamme dopo che le proteste anticinesi di centinaia di monaci buddhisti sono sfociate in violenze. L’agenzia Nuova Cina ha affermato che “ci sono dei feriti, che sono stati ricoverati in ospedale” senza fornire altri dettagli. Testimoni raggiunti telefonicamente affermano che la polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e che si sono sentiti degli spari.
E di spari hanno parlato anche cittadini americani, come ha riferito l’ambasciata americana a Pechino. Altri hanno riferito che il mercato di Tromisikhang, dove ci sono negozi appartenenti a cinesi, tibetani e musulmani cinesi hui, stava andando a fuoco. A Lhasa vi sono stati episodi di violenza contro l’etnia Han, preferita nella distribuzione dei benefici dalle autorità cinesi, che spesso ne hanno favorito l’immigrazione per riequilibrare la presenza dell’etnia tibetana e della minoranza Hui. La protesta dei monaci è diventata l’occasione per l’esplosione della rabbia delle minoranze invise a Pechino. Diversi negozi sono stati bruciati nel mercato Tromsikhang mentre blindati presidiano l’area attorno al Palazzo Potala, una volta residenza invernale del Dalai Lama. Dieci monaci sono stati arrestati. I monaci si sono messi in marcia anche a Xiahe, dove un corteo di 200 persone è stato fermato dalla polizia.
I monaci non hanno voluto perdere l’occasione dei Giochi Olimpici, che cominceranno a Pechino tra cinque mesi, per far udire la loro voce. la protesta era iniziata lunedì scorso con la marcia di 500 religiosi partita dal monastero di Drepung. Alla guida di 400 manifestanti, i monaci hanno di nuovo sfidato oggi l’esercito cinese, che intanto aveva cinto d’assedio i tre grandi monasteri di Lhasa.
Le voci sulla dichiarazione dello stato d’ emergenza, che circolano da alcune ore, non sono state confermate. Insieme ai monasteri di Ganden, Drepung e Sera, i “tre pilastri” del Tibet, altri due sono stati vietati ai turisti. In quello di Sera i religiosi hanno continuato uno sciopero della fame per protestare contro l’assedio militare mentre altri due monaci, secondo Radio Asia Libera hanno tentato di uccidersi “per disperazione”. Il governo tibetano in esilio ha chiesto l’intervento della comunità internazionale. Il primo governo europeo a esprimere “preoccupazione” è stato quello britannico. (ore 10:09)

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