Londra – Dopo l’uomo che sussurrava ai cavalli, l’uomo che dialoga con i Ghepardi. Non si tratta dell’ennesima pellicola cinematografica con sfondo l’incredibile rapporto che si può instaurare fra uomo e animali, ma un fatto di cronaca realmente accaduto.
L’uomo in questione si chiama Olivier Houalet, ha 28 anni ed ha passato gli ultimi dieci in Namibia, vivendo in mezzo a leoni, leopardi, puma e ghepardi, tentando di salvarli e di riportali alla
<<Ho passato otto mesi in aree recintate con i ghepardi e ogni singolo momento è stata una vera sfida – ha raccontato il ragazzo al “Sun” – ma l’importante con loro è mostrare decisione e non far capire di avere paura quando ti guardano e sembrano pronti ad attaccare. Io usavo le mani per fare in modo che il mio corpo sembrasse il più grande possibile, ma anche il contatto visivo è fondamentale, perché attraverso i tuoi occhi, loro sentono quello che vuoi trasmettere e se trasmetti forza e rispetto, lo percepiscono e capiscono che non vuoi far loro del male. Certo, può sembrare un tantino pericoloso, ma bisogna tener presente che molti animali, dai serpenti velenosi ai leoni, attaccano solo se si sentono minacciati. Devi imparare a pensare come un ghepardo e in questo modo vieni accettato nel loro gruppo>>.
Nonostante gli anni passati a condurre i suoi esperimenti, il giovane non ha alcun regolare attestato che ne certifichi la specializzazione: <<Ci sono degli scienziati che sono degli esperti in materia di grossi felini – ha detto Olivier – ma che, non avendo mai avuto il tempo di vivere con loro, hanno solamente letto dei libri. Ne ho incontrato qualcuno e ci siamo scambiati delle informazioni e loro sono convinti che le mie esperienze siano molto utili>>.
La verità, comunque, sta sempre in mezzo e, infatti, nonostante l’impegno del giovane, al momento pare che egli sia riuscito solo ad ammansire le belve al punto che una volta liberati i ghepardi si sono rivelati incapaci di cacciare da soli, a parte qualche razzia nei villaggi vicini a caccia di pecore. Per questo Oliver ha dovuto riportarli subito in cattività, ma conta di rifare un nuovo esperimento quanto prima, confidando che il suo metodo sia quello giusto. «In genere, non appena sono liberi muoiono, perché non riescono a sopravvivere da soli – ha spiegato ancora il ragazzo – ma in questo caso io conto di liberarli e di seguirli, aiutandoli fino a quando non impareranno a badare a loro stessi. So che molti non potrebbero farlo, perché non riescono ad arrivare abbastanza vicini agli animali o perché loro scappano quando li vedono. Con me, invece, è diverso. Quando li chiamo, loro vengono da me perché mi considerano uno del gruppo e questo è un fatto assolutamente unico». Dei gattoni insomma… (ore 10:00)