L’enorme tsunami scatenato dal terremoto che ha colpito il Giappone l’11 marzo scorso ha inghiottito nell’oceano migliaia di detriti, tra cui case ed automobili, creando un problema non pianificato e previsto: la presenza di rifiuti in mare, anche a distanza di migliaia di chilometri. Proiezioni sul punto in cui potrebbero essere finiti i detriti sono stati fatti da Nikolai Maximenko e Jan Hafner nell’Internazional Pacific Research Center dell’University of Hawaii di Manoa.
Come scrive il sito web di Science Daily, Maximenko ha sviluppato un modello basato sul comportamento delle boe alla deriva. I detriti in un primo momento si sono diffusi verso est dalla costa del Giappone nella corrente subtropicale del Nord Pacifico, dove si trovano attualmente. Entro un anno la costa delle isole Hawaii nordoccidentali sarà cosparsa da relitti provenienti dal Giappone. Per tutto il 2012, invece, gli stessi effetti saranno prodotti anche sulle restanti isole hawaiane, mentre nel 2013 l’ondata di detriti raggiungerà la West Coast statunitense.

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Queste proiezioni aiuteranno a guidare le operazioni di pulizia e di recupero, consentendo di determinare che cosa accade ai diversi materiali alla deriva, come cambia nel tempo la loro composizione e in che modo i venti e le correnti separano gli oggetti facendoli viaggiare a diverse velocità.
La presentazione della ricerca, avvenuta nel corso della settimana dedicata alla quinta Conferenza sui detriti marini internazionali tenutasi alle Hawaii, durante la quale Maximenko ha organizzato un seminario, documenta l’ampiezza del problema dei rifiuti nell’oceano. E l’ingente quantità di oggetti trascinati in mare dal devastante tsunami sta ingigantendo i pericoli. Da molti anni, infatti, Maximenko lavora sulle correnti e sugli oggetti trasportati dall’oceano, calcolando l’esistenza di cinque macro-regioni marine dove si raccolgono i detriti che non si depositano sulle coste, non si inabissano nei fondali, non si deteriorano e non sono ingeriti dagli organismi dell’oceano. (ore 17:00)