Il Gruppo Volkswagen sommerso dalle bugie e dalle inchieste anche penali mentre stava progettando la necessaria e non più procrastinabile riorganizzazione dell’impero composto da 12 marchi, quasi 800mila dipendenti, 118 fabbriche e molto altro ancora, e alle prese con la scarsa redditività del brand leader.

Volkswagen, previsti risparmi massicci. E il valore del brand cala

Il Dieselgate ha sorpreso il Gruppo Volkswagen nel momento peggiore. Proprio quando il colosso di Wolfsburg stava progettando la necessaria e non più procrastinabile riorganizzazione dell’impero composto da 12 marchi, quasi 800mila dipendenti, 118 fabbriche e molto altro ancora è arrivata la mazzata micidiale dagli Stati Uniti, mercato nel quale il Gruppo ha palesato una preoccupante debolezza, e nel bel mezzo della crisi in Cina, mercato nel quale sono generati il 50% degli utili di Volkswagen, alla cui Borsa in cinque mesi Volkswagen e Porsche sono passate da un crollo all’altro fino all’attuale -34% la seconda e -32,4% la prima. Per altro le vendite dell’Audi in agosto in Cina sono scese del 4,1%.

Una mazzata dall’effetto domino non prevedibile anche per le conseguenze che potrà innescare a causa della scarsa redditività del brand leader. I costi per riparare i guasti provocati dall’inchiesta americana, che ne ha “ispirate” altre in tutto il mondo e che hanno coinvolto ben 11 modelli (Volkswagen, Audi, Seat e Škoda) saranno notevolmente maggiori rispetto a quelli che il Gruppo fin oggi ha messo a disposizione per fronteggiare l’emergenza (6 miliardi di euro).

Emergenza fa rima con sopravvivenza. Senza volere toccare ambiti che sono di specifica pertinenza degli analisti delle vicende finanziarie del nostro pianeta sono in molti, terra terra, sono in molti a chiedersi ad esempio che possibilità ci saranno per le attività sportive dell’Audi; oppure che fine faranno i 20 milioni di euro l’anno della sponsorizzazione alla squadra di calcio, vincitrice dello scudetto tedesco nel 2009, che porta il nome della città di Wolfsburg, nel cui consiglio di sorveglianza siede Hans Dieter Pötsch, custode delle finanze del Gruppo da più di 13 anni; oppure ancora il 9% delle azioni che Volkswagen detiene attraverso Audi nel Bayern di Monaco.

E’ certo che, prima delle lagrime e del sangue che il Gruppo chiederà ai suoi manager ed ai suoi dipendenti (e ai concessionari, potete contarci), dovrà (ri)tagliare senza pensarci due volte nei mille rivoli in cui si dipana la sua attività diversa da quella strettamente legata alla produzione di automobili.

Senza trascurare, infine, l’aspetto del budget pubblicitario che non potrà essere più copioso come lo è stato fin oggi. E provate a immaginare le conseguenze come l’invito di FCA a sparare sul pianista con l’invito a cambiare un usato diesel del Gruppo Volkswagen con sconti tra i 500 e i 1.500 euro tra i quattro brand Fiat, Alfa Romeo, Lancia e Jeep; o la campagna lanciata da Toyota per spingere sull’ibrido di Yaris e Prius.
Il risvolto penale non si è fatto attendere, negli Usa e in Germania (per ora), ed anche su questo fronte le conseguenze sono imprevedibili.

L’estasi del primo posto tra i produttori mondiali di auto potrebbe essere stata per il Gruppo Volkswagen come l’estasi degli abissi per il sub, anche il più esperto e smaliziato, che sotto una certa profondità entra in stato di euforia e perde l’ orientamento, fenomeno provocato dai gas disciolti nel sangue.

Profondità e altitudine. Gli opposti. L’effetto estasi non cambia. Chi troppo in alto sal, cade sovente precipitevolissimevolmente.

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