Non si placa lo scandalo del dieselgate, scoppiato a settembre 2015 dopo che l’Agenzia ambientale degli Stati Uniti ha accusato Volkswagen di aver equipaggiato 11 milioni di auto, di cui circa 600.000 negli Usa, con un software in grado di truccare i risultati dei testi antinquinamento.

Dopo le perquisizioni negli uffici di Volkswagen e di Bmw, nel mirino finisce ora Audi (un marchio di Volkswagen): il numero uno della Casa dei quattro anelli, Rupert Stadler, è stato infatti indagato insieme ad altri membri del consiglio di amministrazione della società per frode e per aver contribuito “all’emissione di certificati falsi”. Attualmente, quindi, sono sotto inchiesta l’ex amministratore delegato del colosso di Wolfsburg Martin Winterkorn e l’a.d attuale Martin Muller, oltre al capo del consiglio di sorveglianza del Gruppo, Hans Dieter Poetsch, e al Ceo di Volkswagen, Herbert Diess.

La scorsa settimana, l’Agenzia federale tedesca dell’automobile Kba aveva ordinato il richiamo di circa 60.000 Audi A6 e A7, dopo la scoperta di un software in grado di “taroccare” i livelli di emissione dei gas inquinanti. Il presidente della Confindustria tedesca, Dieter Kempf, commenta così l’evoluzione di uno scandalo che sembra proprio non conoscere fine: “Chi ha fatto errori deve chiamarli con il proprio nome, scusarsi, ripararli, assumersi la responsabilità e quindi recuperare fiducia. Non vi nascondo che mi sarei aspettato un altro comportamento dai produttori di auto”.