Povera Margherita. Appassita nel vaso della speranza nel giro di formazione. Il Gran Premio del Bahrain Sebastian Vettel non l’ha fatto con buona pace dei propositi di vittoria. L’ha visto da spettatore, dal muretto. Due gare, due ritiri. In Australia Räikkönen, oggi Vettel.

Ancora problemi alla power unit forse portata già agli estremi per tenere botta alla Mercedes. Che ha vinto anche sul Sakhir, ma questa volta niente doppietta. Il secondo colpo ha fatto cilecca in partenza come a Melborune, ma a differenza dell’Albert Park sul Sakhir Hamilton ha potuto salire solo il  terzo gradino del podio. Ha vinto ancora Nico Rosberg, superbo in partenza mentre il compagno annaspava disperatamente risucchiato al settimo posto da un’altra brutta partenza. Una cavalcata solitaria.

La faccia alla Ferrari l’ha salvata Kimi Räikkönen, anch’egli partito male ma al settimo giro già secondo, posizione che non ha più mollato fino alla fine. Secondo come l’anno scorso, allora alle spalle di Hamilton oggi stranamente remissivo, conciliante, arrendevole, rassegnato. Allo scoccare del 57mo giro s’è preso 30”148 dall’euforico Rosberg. Se non fosse che al 31mo ha fatto il momentaneo crono record della gara (1’34”721), per altro battuto al 41mo da Rosberg con 1’34”482 che è il record della corsa, non ci saremmo neanche accorti che sul Sakhir c’era anche lui. Un labile sussulto.

Dopo il do di petto in qualifica la stecca nella parte dell’opera che avrebbe, al contrario, dovuto rilanciarlo per bilanciare la vittoria inaugurale del compagno di squadra. Che di vittorie ne somma due, consecutive. Un segnale? Con un campionato a 21 gare ritenerlo un segnale è fuorviante. Una constatazione, che magari alla prossima gara in Cina il 17 aprile non potremo più fare.

Non è un segnale neanche il flop della Rossa di Vettel. E’ una preoccupazione, tanto più tale perché il problema affidabilità si è registrato in due gare consecutive. Le prime due della stagione, vero, per cui c’è tempo per verificare, correre ai ripari, estirpare il male e curare le monoposto con dosi massicce di affidabilità.
Chiamato al proscenio Räikkönen ha interpretato il ruolo da grande campione (lo è stato nel 2007, ultimo a regalare il sorriso del titolo piloti alla Signora in Rosso). Non poteva fare di più. 10”282 di distacco della Ferrari dalla Mercedes è nella logica del potere attuale esercitato dalle monoposto d’argento.

A parte l’autoscontro iniziale la gara sarebbe stata noiosa se ancora una volta non ci fosse stata la debuttante Haas guidata da Romain Grosjean a farci godere lo spettacolo di rimonte e sorpassi che ha portato la monoposto americana, ma a tutti gli effetti italiana (telaio Dallara tutto il resto Ferrari), al quinto posto. Menomale, insomma, che c’era Grosjean che ha anche firmato un giro record, il 14mo in 1’37”285. E menomale che c’era anche Vandoorne, sostituto di Alonso, appena arrivato dal Giappone a dare anima e brio ad una ancora menomata McLaren (Button out al settimo giro con la power unit Honda anemica) il quale ha concluso al decimo posto.
La Red Bull compare in gara come il fantasma dell’opera e questa volta con entrambi i piloti a punti (Ricciardo quarto, Kvyat settimo). Un’approfittatrice. Chi può darle torto. La Williams rocambolesca in avvio è scomparsa dietro le quinte (Massa ottavo, Bottas nono). L’altra italiana Toro Rosso s’è guadagnato il sesto posto con Verstappen, senza fare nulla di speciale.