Dopo avere presentato negli Usa il piano quinquennale del Gruppo Chrysler e la squadra che lo guiderà (all’italiana) verso la rinascita, Sergio Marchionne ha rivolto la sua attenzione al “fronte” italiano, il cuore di Fiat Group Automobiles, al quale negli ultimi tempi aveva dedicato qualche attenzione in  meno. Marchionne sa che il passaggio negli Usa è strettamente legato alla salute del Gruppo in Italia e tutte le sue capacità ora saranno dedicate alla soluzione di tanti problemi che lo aspettano. Uno dei quali l’a.d. del Lingotto lo ha già esplicitamente evidenziato nello stesso momento in cui ha dichiarato che <<non tutti gli impianti italiani sono difendibili>>. Ma quali lo sono in toto, quali in parte, quali per niente? Nella geografia produttiva italiana gli stabilimenti del Gruppo Fiat si trovano da Torino fino alla Sicilia e ciascuno di essi fin oggi ha svolto un ruolo importante nel contesto produttivo. Tutti sanno che i tempi delle vache grasse sono finite e che sacrifici bisognerà farne. In teoria, perché in prtatica nessuno è disposto a farne. L’altro problema di Marchionne è in che misure chiedere sacrifici ai lavoratori e quali saranno quelli per i quali non c’è difesa nella logica di una strategia che in questo momento solo i vertici del Lingottto conoscono ma che prima o dopo dovranno dichiarare ufficialmente per confrontarsi con i lavoratori, i sindacati e il governo. Anche in questa difficile operazione Marchionne è chiamato a dimostrare tutto il valore di manager illuminato fin oggi ampiamente dimostrato e supportato da successi indiscussi e indiscutibili in Italia e all’estero. Sotto certi aspetti il salvataggio della Gruppo Chrysler è stato meno impegnativo di quanto non sarà il salvataggio degli stabilimenti Fiat in Italia. (ore 09:00)