In nome del popolo sovrano. In nome e per conto dei lavoratori. I cui diritti, sia chiaro, sono inalienabili. Al pari dei doveri.
Appare chiaro e scontato che la voglia di rinascita della Fiat deve convivere con la voglia di cooperare dei lavoratori, meglio ancora dei loro rappresentanti sindacali.
E qui siamo sempre più spesso dell’utopia per le divergenze a volte apodittiche. Quel che il datore di lavoro fa lo fa solo per il suo tornaconto, non anche per evitare che un’azienda, se non propria arrivata alla frutta a un piatto che la precede, eviti il fallimento.
La Grande Punto è la speranza di rinascita della Fiat, ma le 350 mila unità indispensabili per concretizzare questa rinascita rischiano di rimanere solo un progetto.
Nessuno si meravigli o gridi allo scandalo se la Fiat pur avendo in animo di chiudere alcuno dei suoi stabilimenti italiani si vedesse costretta a farlo in nome della vitale produzione della Grande Punto o di tutti i futuri prodotti che dovranno essere realizzati.
L’accordo con Ford è stato il primo presupposto di questa dolorosa strategia. Le connection che Fiat sta concretizzando in Serbia (Zavasta) e India (Tata) sono altre due teste di ponte che traghetteranno le produzioni italiani in quei paesi. Mentre i sindacati difendono i diritti dei lavoratori e bloccano le catene di produzione della Grande Punto. (ore 09:00)

Renato Cortimiglia
Fondatore di AutoMotoNews, ha lavorato in Gazzetta del Sud con vari incarichi, tra cui la responsabilità della pagina motori. Vincitore di numerosi premi e insignito di diversi riconoscimenti per l’attività divulgativa svolta nel mondo automotive, in particolare per la sicurezza e l’ecologia.

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