Ogni parrocchia ha il suo santo. Ufficialmente i santi sono tutti uguali. In effetti una certa gerarchia c’è. Dipende da quello che offrono le parrocchie per lasciarli operare al meglio delle loro possibilità.
Il santo della parrocchia Ferrari è Fernando Alonso. I suoi miracoli sono strabilianti. Lascia a bocca aperta appena comincia ad operarli. Lewis Hamilton e Jenson Button sono stati eliminati senza perdere tempo, nelle prime tre curve della gara, senza alcun riguardo. Perché averne se sabato in qualifica loro non ne avevano avuto. Di fronte a tanta forza miracolante una grazia si poteva anche concedere in premio. Ed è stata concessa. Il Kers di Mark Webber s’è spento e l’australiano non ha avuto più difesa contro il Drs di Fernando Alonso che ha effettuato il sorpasso ed è andato a conquistare il secondo posto. Fino a quel momento non c’era stata “trippa pe gatti”. Glielo avevano detto anche via radio “quello è un gran combattente, che ci vuoi fare”.
Non poteva puntare al primo posto anche se per qualche giro ha coltivato questa illusione. Perché la parrocchia della Red Bull ha fornito da quattro gran premi il suo taumaturgo del mezzo migliore per operare i miracoli, come quello della rimonta compiuta e il sorpasso da ieri consolidato in 13 punti.
Da questo momento smettiamo di credere ai miracoli in uno sport come la F.1 altrimenti a qualcuno verrà da pensare che il miracolo più importante il santo di Maranello non è riuscito a farlo. Non ha fatto miracoli né prima né durante né dopo. Ha colto tutte le opportunità che le vicende della gara gli hanno offerto.
La McLaren ha deciso di fare la gara sulla Red Bull e non sulla Ferrari. In partenza ha scelto anch’essa le gomme soft che sono state un handicap. Al pit stop i due piloti hanno “calzato” le dure e il rendimento è cambiato ma Hamilton e Button non potevano modificare una classifica che li vedeva così distanti dai tre davanti. Del Kers di Webber ci siamo già detti tutto. Delle scintille che per un giro si sono sprigionate sotto la macchina di Vettel non ne trattiamo per decenza. Chissà quanti hanno aspettato di vedere l’aquila reale della Red Bull fermare il volo e precipitare al suolo impallinata dal fuoco amico!
Alonso al pit stop, effettuato al 31 giro in 2”8, aveva da Vettel 15 secondi di distacco. Il tedesco ha girato in media 4 decimi più veloce al giro. Vettel s’è fermato al 33mo giro e dopo una sosta di 2”6 (record della giornata) è ripartito in testa ed all’arrivo aveva 9”4 su Alonso. Non per effetto d’una rimonta dell’avversario. Sarebbe stato sciocco rovinarsi la festa con un accidenti di finale alla… Vettel. Che in parte c’è stato se è vero che nell’ultimo giro ha fatto 1’28”723 che sarebbe stato la chicca del grande slam se nello stesso giro in rapida seguenza Alonso (1’28”630), Senna (1’28”431) e infine Button (1’28”203) non lo avessero superato.
Fernando lo aveva già detto sabato e lo ha ribadito ieri: “Non combattiamo contro Vettel e Webber ma contro la macchina di Adrian Newey”. Metafora forse anche poco elegante per dire alla Ferrari “se non mi dai una macchina competitiva non c’è… miracolo che tenga”.
A tre gare dalla conclusione rimane la speranza, notoriamente ultima a morire. Il domani non muore mai. Non solo per James Bond.