Centoventimila persone sono andati a vedere cosa sarebbe successo a Silverstone. Richiamate soprattutto dalla possibilità che un pilota inglese cinque anni dopo poteva fare garrire vittoriosa la Union Jack. Lo stesso del 2008: Lewis Hamilton, quell’anno campione del mondo con la McLaren. Nessuno di loro sapeva che avrebbe trovato un manicomio plain air nel quale la pazzia incurabile avrebbe profondamente segnato la gara alla quale stavano assistendo esaltati alla partenza di Hamilton che muovendo dalla pole si è messo in testa a guidare la muta scatenata alle sue spalle. Esaltazione gradualmente salita d’intensità fino all’8 giro quando la gomma posteriore sinistra della Mercedes si è sbrindellata miseramente. Fosse finita qui avremmo tutti pensato che la Mercedes, colosso d’argilla, aveva pagato ancora per un posteriore che consuma le coperture come nessun’altra monoposto.
E’ stato appena l’inizio della giornata mortificante per l’italiana Pirelli fornitrice ufficiale dei team del Circus. Al 10mo giro anche la Ferrari di Felipe Massa ha subito lo stesso identico trattamento che al 15mo ha coinvolto la Toro Rosso di Jean-Eric Vergne, al 29 la Sauber di Esteban Gutierrez, al 46mo la McLaren di Sergio Pérez.  Una ripetitività demenziale. Diceva Agatha Christie che <<un indizio è un indizio, due indizi sono una  coincidenza, ma tre indizi fanno una prova>>. Quì di indizi ne abbiamo ben cinque.
Cause? Forse non lo sapremo mai. A meno di accontentarsi delle versioni ufficiali. Effetti? Una caduta d’immagine alla quale la Pirelli deve immediatamente porre rimedio. Come? Evitando il ripetersi del fenomeno.
Ma nel manicomio di Silverstone c’è stato spazio anche per altre pazzie. Una scioccante. Non per i 120mila convenuti che hanno esultato. A 10 giri dalla conclusione il cambio della Red Bull del fuggitivo Sebastian Vettel s’è rotto imprevedibilmente perché nessun avviso era stato rilevato dalla telemetria.
Red Bull sedotta dalla vittoria e dalla stessa vittoria abbandonata. Nelle campagne dell’Northamptonshire ai mesti rintocchi di campane a morto si sono sostituiti le campane a festa della rinascita del campionato: Vettel non ha vinto la sua quarta gara della stagione, Rosberg ha vinto la sua seconda dopo Monte-Carlo per dimostrare che comunque la Mercedes non è completamente un colosso d’argilla.
Il Gran Premio di Gran Bretagna si è corso in sette giri, 41,237 chilometri. I sette giri rimasti all’uscita di scena di Vettel e dall’entrata in pista della seconda safety car. Nel manicomio di Silverstone l’ultima pazzia l’hanno commessa nella divisione neurodeliri della Lotus. Tutti hanno colto la circostanza per l’ultimo cambio gomme, a Kimi Raikkonen sono state lasciate quelle che aveva all’ingresso della safety car. Nella bagarre finale è successo “di tutto di più” come dicono da mamma Rai. Rosberg ha vinto con Webber risalito di forza fino agli scarichi della Mercedes, Alonso è saltato come e più del canguro australiano sul terzo scalino del podio, Hamilton ha messo il sigillo al quarto posto, Massa al sesto. Raikkonen dal terzo al quinto era prevedibile e scontato. Non lo sapevano solo quelli della Lotus.
San Fernando questa volta non c’entra. Questa volta non si tratta di miracolo. La corsa più pazza della stagione è stata decisa da fattori ed eventi che con i santi hanno poco da spartire. Il terzo e il sesto posto non hanno guarito la Ferrari dai mali che si è trovati addosso anche durante la gara.