Nato a Rimini da padre tedesco e madre italiana il 10 ottobre del 1952, Sigfried Stohr solo a 24 anni fece le sue prime esperienze alla guida di una monoposto, diventando campione italiano di Formula Italia e Formula 3 rispettivamente nel 1977 e nel 1978. Dopo la Formula 2 partecipò al campionato di Formula 1 nel 1981 alla guida di una Arrows, ottenendo come miglior risultato un settimo posto al Gran Premio d’Olanda, che fu anche la sua ultima partecipazione. Curiosamente fu esonerato per far posto al fratello di Gilles Villeneuve, Jacques Villeneuve Sr.

Dopo il ritiro dalle gare ha iniziato a collaborare con varie testate giornalistiche scrivendo articoli improntati soprattutto sulla sicurezza stradale e dal 1982 gestisce una celebre scuola di guida sicura, nel suo genere una delle prime in assoluto in Italia e una delle più importanti in Europa.

Autore di diversi libri, in pochi sanno che è anche laureato in psicologia all’università di Padova. Pilota e psicologo. Oppure psicologo e pilota.

Solo Siegfried Stohr poteva raccontare il mondo delle corse automobilistiche da una prospettiva assolutamente inedita, distaccata e al tempo stesso coinvolgente, come fa nel suo ultimo libro “Pilota senza ali – Quella non era la mia Formula 1” edito da Fucina di Milano.

Sigfried Stohr
Sigfried Stohr

Lo fa accompagnando il lettore in un viaggio fra ricordi e riflessioni che lo portano a vivere il mondo delle corse attraverso le emozioni di un pilota con uno stile profondo e piacevole, che avvicina il lettore all’abitacolo di una monoposto.

“Arrivato in Formula 1, pensai che era fatta – scrive Stohr – ma dentro di me dissi che ci avrei corso solo tre anni, non di più. Chissà perché. Tre anni? Forse avevo già capito che quella non era la mia Formula Uno. Era la F1 degli altri. E io rimpiangevo l’ambiente caldo e amichevole delle corse che mi avevano portato fino a lì. Così oggi penso che in Formula Uno non ho mai corso: ci sono solo stato. Ma da qualche parte della griglia, quell’anno, c’ero anch’io”.

Da questa considerazione inizia un viaggio tra ricordi, sogni, riflessioni, aneddoti che conducono nel mondo di Stohr, nella sua passione per la velocità (e per la montagna), nella sua veloce carriera fino all’annata difficile in una F1 lontana dai tempi eroici, ma che mette sempre alla prova l’uomo. Con i suoi limiti, le sofferenze, le gioie, le sconfitte.

“Scrivendo questo libro piano piano toglievo la polvere dai ricordi – ricorda Stohr -. Perché la polvere alla fine ricopre ogni cosa. Da bambino mi aveva colpito un brano dell’Ecclesiaste: ‘Vanità delle vanità, il tutto è vanità’. Non ricordo chi mi ha letto questa frase, sarà stato a catechismo. Una frase pesante da leggere a un bambino di 10 anni. E che non mi piaceva. Così ho cercato un senso nella mia vita, prima come pilota di kart, poi come psicologo, infine nuovamente come pilota”.

“Cercare un senso alla propria vita – continua Sthor – ti dà una direzione, una meta. Equivale a chiederle qualcosa; ed anche a dare qualcosa in cambio. Come pilota ho avuto tanto e credo di avere regalato in cambio un po’ di emozioni. Ho scoperto così che se tutto è vanità, è comunque molto bello. Noi non possiamo ‘allungare’ la nostra vita, possiamo però ‘allargarla’.

“Una vita si allarga quando i nostri piccoli orizzonti trovano nuove dimensioni e il nostro sguardo si posa su nuove opportunità”.