Lasciamo Spa, dove si è corso il Gran Premio del Belgio, ed arriviamo in Italia, a Monza per continuare il nostro giro del mondo in 19 gran premi che si concluderà in Brasile. Monza è molto di più che la sede della gara di F.1 che si correrà l’11 settembre. E’ una città che custodisce tesori artistici e opere architettoniche che testimoniano l’unicità del suo passato, delle tradizioni e le vicissitudini storiche che la contraddistinguono.
Monza ha radici molto antiche. Il territorio fu abitato da popolazioni celtiche, ma divenne un vero nucleo con i romani e prese il nome di Modicia. Con i Longobardi acquistò importanza e potere, tanto che venne scelta dalla regina Teodolinda come sua residenza e vi fece costruire un palatium e la Basilica di S. Giovanni Battista. Riusci’ a mantenere la sua importanza anche sotto i Franchi e nel periodo di Berengario. Poi passò sotto il controllo di Milano seguendone tutte le vicessitudini. Nel 1324 venne assorbita dai Visconti che l’anno seguente tengono un castello. Nel 1499 è concessa in feudo ai Belgioioso, cui seguiranno i De Leyva e i Durini fino al 1797.
Villa Reale 
Commissionata al Piermarini nel 1777 da Maria Teresa d’Austria per il figlio Ferdinando quale villa di campagna, la Villa Reale si articola intorno all’edificio principale, impostato ad “U” secondo la tipologia delle ville suburbane settecentesche. Dal corpo centrale, con la facciata più imponente verso il giardino, si allungano anteriormente, a chiudere la corte d’onore, due ali della stessa altezza, terminanti con due avancorpi cubici più bassi: la Cappella di Corte e la Cavallerizza. Da queste ali se ne staccano poi altre due, subalterne e simmetriche, destinate ai servizi. L’edificio principale, caratterizzato da solo due piani nobili, era riservato alle funzioni più importanti e ad accogliere gli ospiti più illustri. La villa vive anni di splendore sino all’arrivo a Milano dei francesi, che vi insidiano un regimento di ussari, dando così avvio a un alternarsi di vicende storiche che vedranno momenti di splendore precedere periodi di estremo decadimento. L’uso improprio della villa richiederà intorno al 1803, urgenti lavori di ripristino, motivati anche dall’esigenza di sistemare l’edificio per un possibile soggiorno di Napoleone Bonaparte. Negli anni di dominio francese l’architetto Luigi Canonica subentrato a Piermarini nel 1797, realizza alcuni importanti interventi riguardanti il complesso monzese, ma primo fra tutti costituisce, per decreto napoleonico, il vasto parco in estensione ai giardini reali che diventa il più grande parco cintato d’Europa. La villa occupata nel 1848 dai militari di Radetsky, torna ad essere sede di una corta sfarzosa durante il breve soggiorno monzese dell’ultimo imperatore d’Austria Massimiliano I d’Asburgo. Con la proclamazione del regno d’Italia, Milano decade dal ruolo di capitale e la villa diventa veramente, per la prima volta nella sua storia, luogo di villeggiatura. Già dopo il 1959, Umberto, trascorre lunghi periodi di villeggiatura e vi apporta sotto la direzione del suo architetto marchese Achille Majnoni d’Intignano profondi restauri e migliorie artistiche. L’uccisione di Umberto I, avvenuta a Monza il 29 luglio 1900, pone fine alla contrastata esistenza della villa come dimora regale.
Parco e Giardini della Villa Reale 
Il 14 settembre 1805 Napoleone emanò un decreto imperiale per la costruzione di un parco, con lo scopo di farne una tenuta modello ed una riserva di caccia. Il viceré Eugenio Beuharnais eseguì soltanto gli ordini dell’imperatore. Incaricato del progetto fu l’architetto reale Luigi Canonica. Con lui lavorò l’ing. Tazzini quale tecnico e direttore dei lavori. Dal 1805 al 1808 venne eretto un muro di recinzione, utilizzando gli ultimi materiali residui delle mura medioevali di Monza. Il muro ha una lunghezza di oltre 14 Km. Per cui il parco di Monza è il più grande parco recintato d’Europa. Il Parco ebbe continui arricchimenti fino al 1923, in particolare per quanto riguarda la botanica, grazie all’opera del Villoresi (primo responsabile della gestione del giovane parco). Il Villoresi è noto soprattutto per la qualità ed il numero delle piante esotiche introdotte, per le quali il Parco divenne in breve famoso e che ancora oggi possiamo ammirare in tutto il suo splendore. Nel parco è presente un’enorme ricchezza di specie vegetali.
La superficie totale del Parco con i Giardini è di 7.325.000 mq. di cui 3.260.000 a bosco ed il resto a prato. Si ritiene che il numero delle piante d’alto fusto presenti nel Parco superi le 100.000 unità.
Arengario
Con il termine “Arengario” (dal latino Arengarius, derivato dal germanico hari-hring, luogo per assemblee) si designava il palazzo pubblico della città, dove si tenevano le assemblee del comune, si amministrava la giustizia, si regolava la vita economica e commerciale. Il palazzo comunale sorge nel cuore della città, in posizione di confronto con la vicina basilica di San Giovanni, a sottolineare pure visivamente la contrapposizione di poteri, religioso e civile, che anche a Monza contraddistinse il periodo medioevale. Le caratteristiche architettoniche dell’edificio, molto simile al palazzo della Ragione di Milano, anche se di proporzioni minori, inducono a una datazione nel tardo secolo XIII, nonostante la presenza di una lapide con l’insegna viscontea incastonata sopra la porta di ingresso che reca la data del 1293, proveniente dal palazzo del Pretorio che sorgeva accanto all’Arengario.
L’edificio a pianta rettangolare di m. 30,30 x 12,40, presenta a piano terra un ampio porticato costituito da 18 pilastri in pietra bicolore su cui si innestano direttamente gli archi a sesto acuto, al primo piano una grande aula destinata alle adunanze ed assemblee che si apre con un balconcino a loggetta, la “parlera”, sulla facciata ed una torre campanaria a merlatura ghibellina (coda di rondine) di epoca sicuramente posteriore (XV). La costruzione presenta una tessitura muraria a mattoni disposti secondo la tecnica gotica, uno di testa e due di fianco, mentre il tetto a capanna è sostenuto da capriate in legno a vista, e risulta stilisticamente differente dalle finestre del primo piano e dal portico. Lavori di conservazione e di restauro furono realizzati nel 1966, quando il palazzo fu adibito a sede del museo archeologico, e più recentemente negli anni 1986-87 e 1997-99 con opere di consolidamento della torre, rifacimento del tetto, sostituzione delle capriate, pulitura delle pareti, creazione di una scala metallica per uscite di sicurezza e dotazione di impianti tecnologici necessari per l’uso pubblico come sale per esposizioni. La sala superiore è visitabile solo in occasione di esposizioni temporanee.Alla sala si accedeva da una doppia scalinata coperta, posta sul lato est, mentre i magistrati vi accedevano da una pensilina che la collegava al vicino Palazzo del Pretorio. Tipologicamente vicino al Broletto milanese, l’Arengario rivela un più marcato influsso gotico nella realizzazione. Il palazzo nel corso dei secoli subì alterne vicende, soprattutto a partire dal Settecento quando divenne sede del Tribunale. Gravi modifiche avvennero nel 1854 quando nell’interno furono ricavate delle aule con la costruzione di tavolati e l’apertura di grandi bifore lungo i lati maggiori. Verso la fine dell’Ottocento il peso della torre creò problemi statici all’edificio, finché nei primi anni del Novecento si chiusero le arcate sotto la torre e si costruì la scala a chiocciola e si provvide a ripristinare le trifore a somiglianza di quelle autentiche rimaste nei lati minori.
Duomo
Le origini del Duomo di Monza risalgono al 595 quando la regina Teodelinda, moglie in seconde nozze del re longobardo Agilulfo, fece erigere nei pressi del suo palazzo una basilica chiamata Oraculum dedicata a San Giovanni Battista. Agli anni di Teodelinda, segue un lungo periodo di silenzio per la Cappella Palatina che con il trascorrere del tempo si trasforma nella chiesa madre di Monza. Nell’anno 1300 con l’affermazione dei Visconti sulla scena politica lombarda, la basilica fu oggetto di una pressoché totale ricostruzione. Oltre alla particolare devozione che la famiglia Visconti dimostrava nei confronti della città, fu un episodio miracoloso a determinare la volontà di rinnovamento dell’edificio: Sant’Elisabetta e Teodelinda apparvero all’Arciprete della Basilica indicandogli il nascondiglio delle reliquie donate da Teodelinda e da Papa Gregorio Magno. Il 31 maggio del 1300 dopo l’ostensione delle reliquie si pose la prima pietra della nuova Basilica. La costruzione si svolse in due tempi: dopo la prima fase, terminata nel 1346, la chiesa si presentava a tre navate con una facciata tripartita, più bassa dell’attuale, a fasce marmoree bianche e nere. Risalgono a questo primo intervento il portale centrale e la lunetta di marmo a questo sovrapposto, dove sono rappresentati due episodi legati alla storia della Basilica: nella parte inferiore il Battesimo di Cristo mentre in quella superiore Teodelinda con la sua famiglia dona a San Giovanni Battista il Tesoro. La seconda campagna edilizia, avviata trent’anni dopo, ebbe come protagonista l’architetto Matteo da Campione. All’impianto originario furono aggiunte le cappelle laterali, ampliate quelle absidali e, per ristabilire le proporzioni, la facciata fu innalzata ed ampliata. Raro esempio di facciata bicroma in Lombardia, rappresenta una delle più importanti testimonianze dell’architettura campionese del Trecento. Una lapide posta all’esterno della Cappella del Rosario ricorda il luogo di sepoltura dell’architetto al quale vengono attribuiti il Battistero (oggi perduto) ed il pulpito smembrato tuttora collocato nell’originaria posizione tra il sesto e il settimo pilastro della navata centrale. Utilizzato sin dal XVI secolo come cantoria dell’organo, funzione che mantiene tuttora, subì agli inizi del Settecento un’importante ristrutturazione dettata dall’esigenza di adeguamento alle nuove funzioni. L’originaria struttura a cassa sostenuta da quattro colonne fu smembrata e ricostruita mantenendo però tutti i materiali originari. Le lastre sui lati brevi furono ridotte e metà di esse andarono ad allungare la lastra frontale a sostegno della quale furono poste tutte e quattro le colonne. La decorazione scultorea del pulpito è di estremo interesse e presenta tutti i caratteri dell’arte campionese trecentesca. Sulle lastre, entro nicchie riccamente decorate, si dispongono gli Apostoli tutti identificati da iscrizioni; sul balconcino semiesagonale che aggetta sulla fronte sono raffigurati i simboli degli Evangelisti e, al centro, Cristo Giudice, la Vergine e San Giovanni Battista in atto di offrire il proprio capo. Completava il pulpito sul retro il rilievo attualmente collocato sul muro di fondo del braccio settentrionale del transetto. La lastra riporta la scena dell’incoronazione con la Corona Ferrea di un giovane imperatore da parte dell’arciprete del Duomo ; quest’ultimo è, insieme a due diaconi, presso l’altare della basilica dove è sinteticamente rappresentato il Tesoro. A destra dell’imperatore si schierano sei principi elettori, identificati da scritte, ed infine un gruppo di rappresentanti della città di Monza.
Il Paliotto argenteo dell’altare maggiore è un’opera trecentesca di grande pregio. In lamina d’argento sbalzata a forte rilievo, presenta una ricca decorazione in pietre preziose, smalti traslucidi e champlevè. Un’iscrizione posta sulla fascia di base data l’opera tra il 1350 ( anno di inizio dei lavori) e il 1357 (anno della collocazione sull’altare maggiore) attribuendola a Borgino dal Pozzo, orefice milanese. Sul paliotto sono raffigurati, in scomparti regolari, episodi della vita di San Giovanni Battista. Le scene si susseguono orizzontalmente partendo da sinistra in alto e sono interrotte al centro da una croce che all’intersezione dei bracci presenta una grande mandorla raffigurante il Battesimo di Cristo.
All’interno della basilica si possono ancora scorgere i resti dell’antica decorazione ad affresco trecentesca: la piccola Madonna con il Bambino affrescata sul pilastro destro della cappella maggiore e sull’altare a sinistra della porta di ingresso e la Madonna dell’aiuto, cara alla pietà monzese, datate ai primi decenni del secolo. Risalgono invece alla fine del XIV secolo i busti di profeti con cartigli entro polilobi e una serie di teste a grisaille entro tondi distribuiti sui pilastri d’ingresso alla cappella dell’altare maggiore.
La stessa tecnica a monocromato viene utilizzata per dipingere una serie di profeti a figura intera collocati entro edicole in gotico fiorito, che troviamo sui pilastri d’ingresso dell’altare maggiore e della cappella di Teodelinda.
Opere quattrocentesche, attribuite alla bottega degli Zavattari, sono invece i due affreschi recentemente riemersi sui pilastri d’ingresso della cappella maggiore rappresentanti Santa Caterina e una Madonna con il Bambino. Infine sull’altare della prima cappella a destra dedicato a Santa Caterina è visibile un frammento d’affresco rappresentante la Vergine che bacia il Cristo morto. L’opera è databile alla metà del XV secolo e a lungo fu attribuita a Nolfo da Monza allievo di Bramante.
Piccolo gioiello della pittura lombarda del quattrocento è la Cappella degli Zavattari, a sinistra dell’altare maggiore, dove si conserva un ciclo di affreschi con le storie della regina Teodelinda e la leggendaria Corona Ferrea. Sulle pareti della cappella in quarantacinque scene disposte su cinque registri, si susseguono gli episodi salienti della vita della regina e le vicende miracolose della fondazione della basilica. Sulla parete di destra, in corrispondenza dell’ultima scena del quarto registro, un’iscrizione in caratteri gotici data al 1444 la realizzazione degli affreschi e li attribuisce alla famiglia degli Zavattari. La decorazione pittorica della volta della cappella e dell’arcone d’accesso precede di qualche anno quella delle pareti. Un anonimo pittore ha dipinto entro le vele i quattro Evangelisti, San Lorenzo, San Vincenzo e Santo Stefano e sull’arcone San Giovanni Battista affiancato da Teodelinda e dalla corte longobarda. Il sarcofago marmoreo collocato lungo il muro di fondo del sacello contiene le spoglie di Teodelinda ed Agilulfo asportate nel 1308 da una sepoltura terragna. Di forma arcaicizzante con cassa e coperchio privi di decorazione, appartiene ad una tipologia piuttosto diffusa nel primo Trecento.
In un locale adiacente l’attuale sacrestia campeggia al centro di un’arcata cieca l’immagine di Cristo in croce tra angeli dolenti. L’affresco doveva un tempo sovrastare l’altare di S.Eugenio nella Sacrestia vecchia ed è databile alla metà del XIV secolo.
Di grande interesse artistico sono anche quattro tavole con la Crocefissione, i Santi Pietro e Paolo, i Santi Stefano e Giovanni Battista e la Decollazione del Battista. Secondo recenti scoperte documentarie, dovevano appartenere a due polittici commissionati nel 1478 e nel 1480 a Stefano de Fedeli per le cappelle di San Giovanni Decollato e di Sant’Antonio Abate.
Ai primi anni del Quattrocento viene invece datato il frammento di affresco con Cristo in croce tra gli angeli un tempo collocato nella cappella del Rosario. Secondo le ultime attribuzioni potrebbe essere opera di Michelino da Besozzo.
La decorazione pittorica del Duomo subì nel XVIII secolo un processo di “imbarocchimento”. Fatta eccezione per la cappella quattrocentesca affrescata dagli Zavattari e le opere del transetto dipinte tra Cinque e Seicento (Giuseppe Arcimboldo e Giuseppe Meda nel transetto meridionale con l’Albero della vita e Giuseppe Meda e Giovanni Battista della Rovere detto il Fiamminghino nel transetto settentrionale con Storie di San Giovanni Battista) si può affermare che l’aspetto interno dell’edificio monzese sia settecentesco.
La ricchezza delle testimonianze artistiche settecentesche del Duomo, costituisce una vera e propria antologia delle scuole pittoriche attive in quel periodo a Milano e testimonia la fase di passaggio dal tardo barocco al barocchetto. Nell’ultimo decennio del Seicento, tra il 1690 e il 1693, Stefano Maria Legnani, detto il Legnanino, e il quadraturista monzese Giuseppe Antonio Castelli detto il Castellino, considerato uno dei più importanti quadraturisti del Settecento lombardo, realizzarono la decorazione protobarocchetta ad affresco della navata centrale (al centro della navata la medaglia con Gloria del Battista e, sopra gli organi la Gloria dell’Agnello mistico con il Battista e altri Santi).
Agli anni a cavallo tra Sei e Settecento (1697 – 1704) risale invece l’esecuzione del ciclo di dieci quadroni, opera di vari autori (Sebastiano Ricci, Federico Bianchi, Filippo Abbiati, Andrea Porta), collocati in alto lungo le pareti della navata centrale con Storie di Teodelinda e Storie della Corona Ferrea.
In seguito alla ripresa del culto pubblico del Sacro Chiodo, avvenuta nel 1717, i deputati della Fabbrica del duomo decisero di rinnovare sia la decorazione ad affresco della cupola (1718-1719, Storie della Croce) affidando l’incarico a Pietro Gilardi coadiuvato da Giuseppe Antonio Castelli che quella della cappella del Sacro Chiodo ora detta del Rosario, posta a destra del coro, opera di Giovan Angelo Borroni in collaborazione con il Castellino (1719-1721 Storie della Corona Ferrea).
Anche le cappelle laterali del Duomo furono oggetto dell’imponente campagna decorativa settecentesca; la cappella di Santo Stefano (la terza a sinistra), fu affrescata tra il 1721 e il 1723 dai quadraturisti Castellino, Giuseppe Castelli, Giacomo Lecchi e dal figurista Gianbattista Sassi (Lapidazione di Santo Stefano).
La decorazione della cappella del Corpus Domini (la seconda a sinistra), fu eseguita da Mattia Bortoloni, massimo esponente in Lombardia della corrente Tiepolesca e dai quadraturisti Castelli e Carlo Peruchetti (1741-44, Allegorie Sacre).
Gli affreschi rococò delle cappella del Battistero e di Santa Lucia (le prime entrando a sinistra) risalgono al 1752-53 quando il quadraturista Antonio Agrati e il pittore Giovan Angelo Borroni eseguirono il Trionfo della Religione, il Battesimo del Redentore e il Battesimo di Adaloaldo.
L’episodio conclusivo e più vasto del rinnovamento pittorico settecentesco dell’interno del Duomo, è sicuramente rappresentato dall’intervento del pittore intelvese Carlo Innocenzo Carloni, vero interprete dello spirito rococò e protagonista del barocchetto internazionale. Fra il 1738 e il 1740 il Carloni dipinse in collaborazione con il Lecchi, le volte delle navate laterali, l’arco trionfale (con la Gloria dell’Agnello Mistico), le due pareti occidentali del transetto (con l’Incoronazione di Carlo V e l’Approvazione del culto della Corona ferrea) e alcune parti di contorno (medaglioni dei Re e degli Imperatori incoronati con la Corona ferrea nella parte superiore della navata centrale).
Nel 1745 il Carloni affrescò in collaborazione con Antonio Longoni, il catino della Cappella di Sant’Antonio (con la Gloria del Santo) e della corrispondente anticappella (con la Gloria di Sant’Antonio Abate e San Paolo Eremita).
Da una scala a lato della cappella maggiore, si scende all’ampia cripta dello “scurolo” realizzata fra il 1611 e il 1614 e profondamente modificata nel 1773. La ristrutturazione settecentesca riguardò l’altare e l’urna reliquiario soprastante progettata da Pietro Monti destinata a raccogliere le reliquie di San Giovanni Battista, riccamente decorata con statue in bronzo dorato (due angioletti ai lati e l’Agnello Mistico adagiato sul coperchio), festoni di fiori in rame dorato e uno sportello ornato con un rilievo a sbalzo raffigurante la Decollazione S.Giovanni Battista. Sempre settecentesche e di notevole interesse, sono le eleganti transenne in ferro battuto dello scurolo.
Il rinnovamento settecentesco dell’edificio coinvolse anche gli antichi altari lignei del Duomo che furono sostituiti con altri più sontuosi e preziosi di marmo (si vedano il complesso altare rococò di Santa Caterina dall’Alessandria, nella prima cappella a destra, progettato da Marco Bianchi nel 1743 e l’altare maggiore progettato da Andrea Appiani nel 1792).
A sinistra del duomo, adiacente al campanile, si apre la porta a due battenti del settecentesco “cimiterino” o “chiostrino dei morti” che, nel suo odierno aspetto, risale al 1729, pur sorgendo su un antico recinto cimiteriale preesistente. Molto interessante è la presenza lungo le mura esterne del piccolo chiostro di trentatré mascheroni espressivamente caratterizzati, collocati nel sottogronda. (ore 19:30)

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Dal 1993 pubblicista iscritta all’Ordine dei giornalisti. Diplomata al Conservatorio, ha fatto esperienze musicali come cantante. Le piace Brahams ma ascolta Charlie Parker. Ha un debole per il sushi e la cucina cinese. Ama i gatti neri. Collaboratrice di Automotonews.com dal 2001.