A pesare sono stati soprattutto gli accantonamenti e le misure finanziarie per fronteggiare le conseguenze dello scandalo pari a 16,2 miliardi. I risultati dell’indagine per capire come sia scoppiato il caso non vengono divulgati perché “rischiosi per Volkswagen”.

dieselgate volkswagen

Il dieselgate si è fatto sentire. I conti parlano chiaro. A pesare sono stati soprattutto gli “special items”, cioè gli accantonamenti e le misure finanziarie per fronteggiare lo scandalo pari a 16,2 miliardi di euro (16,9 miliardi in totale).

A fronte di una gestione positiva, quindi, con ricavi a 213,3 miliardi (+5,4%) e profitti operativi per 12,8 miliardi (12,7 nel 2014), gli “special items” hanno determinato nel 2015 un rosso di 4,1 miliardi di euro e una perdita consolidata netta di 1,4 miliardi. Questi sono i dati del 2015.

Le previsioni per il 2016? Il Gruppo Volkswagen si attende un calo dei ricavi dalle vendite fino al 5%, mentre il “ros” (return on sales) della divisione Passengers Cars è visto in calo tra il 5 e il 6%.

L’impatto del dieselgate è evidente anche dal confronto con le indicazioni per il 2015, date ben prima che lo scandalo esplodesse, quando l’ormai ex-ceo Winterkorn parlava di “moderato aumento delle vendite” e crescita “fino al 4% dei ricavi dalle vendite”.

MANCANO I RISULTATI DELL’INCHIESTA
Allo scoppio del dieselgate, il Consiglio di Sorveglianza di Volkswagen aveva incaricato lo studio legale a stelle e strisce Jones Day di svolgere un’indagine approfondita sulla tematica. L’indagine è in stato avanzato e viene portata avanti intensamente (si parla di circa 65 milioni di documenti sottoposti ad analisi elettronica, di cui oltre 10 milioni trasmessi per approfondimenti ai legali di Volkswagen), ma ancora non si è chiusa (si prevede la fine entro il quarto trimestre 2016) e ancora non si sa cosa sia stato scoperto.

Dopo un attento esame della situazione legale, infatti, Volkswagen si è resa conto che una divulgazione dei risultati provvisori dell’indagine, si legge nel comunicato, “presenterebbe rischi inaccettabili per Volkswagen e pertanto non può aver luogo”.

La decisione è stata presa sulla base della valutazione fatta dagli studi legali statunitensi a cui VW si è rivolta (Sullivan & Cromwell e Jones Day): entrambi, e indipendentemente, hanno fortemente sconsigliato di divulgare i dati.

Volkswagen, si legge sempre nel comunicato, ci tiene a precisare (rammaricandosi) le ragioni di tale auto-censura. Prima di tutto i procedimenti che la vedono coinvolta negli Stati Uniti con un ampio numero di interlocutori (querelanti privati e diverse Istituzioni, tra cui l’EPA, la California Air Resources Board, la Federal Trade Commission, i Procuratori Generali di ciascuno dei 50 Stati e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti) sono entrati in una fase decisiva, in anticipo rispetto ai tempi previsti dalla Casa tedesca.

Volkswagen teme, quindi, che la “divulgazione o descrizione di risultati provvisori, attualmente disponibili, verosimilmente pregiudicherebbe il resto delle indagini, in particolare perché persone che non sono ancora state interrogate potrebbero allineare le proprie dichiarazioni con i contenuti del report provvisorio”.

Dal punto di vista dei legali del colosso tedesco la divulgazione indebolirebbe la posizione di Volkswagen nei restanti procedimenti e potrebbe anche avere conseguenze finanziarie negative. Per il momento, quindi, come si sia arrivati allo scoppio del dieselgate non è dato saperlo.

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