Sergio Marchionne, l’uomo che ha salvato e trasformato la Fiat

Odiato e amato per le sue scelte imprenditoriali, una cosa è certa: ha salvato e trasformato Fiat. Da quando ne ha preso le redini, la Fabbrica Italiana Automobili Torino è diventata una vera multinazionale.

sergio marchionne

L’era Marchionne in FCA è terminata con il passaggio di consegne a Mike Manley, a seguito dell’aggravarsi in pochi giorni delle condizioni di salute del manager italo-canadese. C’è il massimo riserbo sul suo stato di salute, e quand’è così non è mai un bene. Odiato e amato per le sue scelte imprenditoriali, una cosa è certa: Sergio Marchionne ha salvato e trasformato la Fiat. Da quando ne ha preso le redini, la Fabbrica Italiana Automobili Torino ha cambiato pelle.

La sua avventura in quella che ancora si chiamava Fiat inizia nel 2004, pochi giorni dopo la morte di Umberto Agnelli, il primo a credere in lui, in un momento in cui l’azienda era sull’orlo del fallimento e perdeva più di due milioni di euro al giorno. Un’azienda che affonda le proprie radici nella Torino dei Savoia e che è diventata una vera multinazionale proprio grazie a Marchionne: sede operativa in Piemonte, sede legale in Olanda, cuore negli Usa, domicilio fiscale nel Regno Unito e impianti in Sud America, Europa, Medio Oriente e Cina.

Nato a Chieti nel 1952, da padre maresciallo dei Carabinieri trasferitosi in Canada dopo la pensione e madre dalmata (Maria Zuccon), Marchionne si è laureato prima in filosofia, poi in economia e infine in giurisprudenza. Dei suoi inizi lavorativi ha parlato così nella biografia scritta da Giorgio Dell’Arti: “Quando ho iniziato l’università, in Canada, ho scelto filosofia. L’ho fatto semplicemente perché sentivo che, in quel momento, era una cosa importante per me. Poi ho continuato studiando tutt’altro e ho fatto prima il commercialista, poi l’avvocato. E ho seguito tante altre strade, passando per la finanza, prima di arrivare a occuparmi di imballaggi, poi di alluminio, di chimica, di biotecnologia, di servizi e oggi di automobili. Non so se la filosofia mi abbia reso un avvocato migliore o mi renda un amministratore delegato migliore. Ma mi ha aperto gli occhi, ha aperto la mia mente ad altro”.

L’avventura in Fiat inizia nel 2004. Il giorno della conferenza stampa può essere ricordato anche come l’ultima volta in cui si presentò in giacca e cravatta. Poi ha imposto il suo stile da manager sobrio sempre con un maglioncino dello stesso colore. Le prime parole che pronunciò il giorno della sua nomina a Ceo furono queste: “Fiat ce la farà. Il concetto di squadra è la base su cui creerò la nuova organizzazione; prometto che lavorerò duro, senza polemiche e interessi politici”. Così fece. Si mise a lavorare da subito, anche nei weekend, e nel 2011 all’allora direttore di Repubblica, Ezio Mauro, parlò così della prima fase lavorativa: “Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui, nel 2004. Giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato?”.

Tre i punti fondamentali da cui Marchionne decise di far ripartire Fiat, come riportato sul sito del corriere.it: “la rinuncia degli Agnelli all’esercizio della put-option a General Motors che fece incassare al Lingotto 1,55 miliardi, il convertendo siglato con i maggiori istituti di credito italiani e il controverso swap Ifil Exor che consentì alla dinastia torinese di mantenere il controllo di Fiat”. In poco tempo le vendite sul mercato europeo si ripresero e lentamente si tornò ad avere redditività e risultati di bilancio positivi. Numeri che portarono nel 2009 alla svolta epocale: l’avvio dell’acquisizione di Chrysler – fallita nella crisi del 2008 – completata poi nel 2014. Il motivo di questa mossa Marchionne lo spiegò così: “Solo quei Gruppi che riusciranno a fabbricare 6 milioni di automobili l’anno saranno in grado di resistere nel futuro”.

Sergio Marchionne verrà ricordato anche per aver profondamente cambiato le relazioni industriali in Italia: nel 2010 Fiat disdice il contratto nazionale, esce da Confindustria e chiede una serie di concessioni ai sindacati per investire a Pomigliano. La maggior parte dei sindacati accetta; non la Fiom, con cui il contenzioso continua ancora oggi nei tribunali. Nel 2014 prende il timone della Ferrari, guidata per oltre 20 anni da Luca Cordero di Montezemolo. Un colpo di scena, non senza diatribe interne, che termina con l’estromissione del manager che aveva rilanciato il Cavallino portandolo alla vittoria in Formula 1 nel 2000.

Tra le frasi più celebri di Sergio Marchionne vanno ricordate quella sulla leadership e quella sulla lingua italiana: “La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. Io mi sento molte volte solo”. Quanto all’italiano: “La lingua italiana è troppo complessa e lenta. Per un concetto che in inglese si spiega in due parole, in italiano ne occorrono almeno sei”.